Aveva 11 anni, portava calzoncini corti con magliette inzuppate di sudore, perché era sempre in banda nei campi adiacenti la parrocchia e l'asilo delle monache. Quante scorribande tra gli alberi da frutto che si estendevano nei terreni oltre i fossi e il campo di grano. Esplorava fantasticando di storie e avventure. Il suo nome era Scerrino, cosi i compagni di gioco avevano ridotto il suo cognome. Tuttavia anche essi non conoscevano la sua storia, né avrebbero potuto: erano bambini ancora stupiti del mistero in cui e da cui erano assorbiti. Solo dopo molti anni alcuni di essi avrebbero conosciuto la sua storia, peraltro comune agli uomini di ogni razza e landa. Chissà perché, un curioso effetto di retrospezione riporta alla memoria la sua storia. Scerrino era approdato in Città con la sorella, il padre che, alla morte della prima moglie si era risposato, e la matrigna. Quest'ultima partorì un nuovo fratellino per Scerrino e la nuova famigliola si installò proprio nel nostro corridoio: le nostre finestre guardavano il cortile interno, le loro invece le colline retrostanti. Era il "Palazzone", l'edificio che su tre piani e con due scale conteneva 36 unità di abitazioni. Ricordo una coabitazione felice, almeno così mi appare nei ricordi di quel tempo. Era un lusso per quei tempi. I capifamiglia erano tecnici altamente specializzati della più nota Società Chimica Italiana. L'edificio conteneva un grande cortile, campo per i nostri giochi, come spazio extra territoriale rispetto alla Città circostante, lo stesso cortile era chiuso, quasi un fortilizio, da un portone massiccio. Sembrava fossimo assediati, ma da chi? C'erano bambini e ragazzi come noi, forse meno fortunati, ma che ci impegnavano in epiche battaglie fino allo stremo. Noi, quelli del Palazzone, contro gli Shangaisi, quelli delle baracche sorte come funghi sulle Crete a ridosso della Madonna del Carmine. Rivivono in sogno i cieli di cobalto, i prati smeraldo tempestati di margherite, l'intenso profumo del mughetto e l'oro della ginestra. Mi attardo in ricordi struggenti di anni lontani e irripetibili, ma credo che noi non possiamo, non dovremmo, recidere alla radice tutto ciò che è parte della nostra vita: un fardello e una dote che ci appartengono. E mentre scrivo, il sipario della ragione disvela la realtà, la troppa realtà che questo tempo ci riserva: efferati delitti ai danni di innocenti, Potenti che spadroneggiano sempre più su comunità passive, svuotate di energie e pronte a disputare per una ciotola di riso! Turbano le mostruosità di cui siamo capaci, come siamo capaci di assoluta bellezza.
Modena, 4/6/2026