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libreria di zurau
mercoledì 7 settembre 2016
S L A
S L A
Sclerosi Laterale Amiotrofica
Giunto al termine del lungo e penoso calvario che caratterizza questa malattia, alle prime ore del
mattino, erano le 3,30, e' morto Claps dopo una lotta impari con un morbo che ancora oggi non perdona.
Forse è l'agonia più drammatica riservata all'uomo colpito da questa malattia: egli è testimone e vive su di se con mente lucida, e con la consapevolezza del medico quale era Claps, l'ineluttabilità della lotta e quindi verifica sul proprio corpo la degenerazione progressiva del sistema neurologico che via via paralizza l'apparato muscolare fino a comprometterne le funzioni vitali, e in cui solamente l'ausilio di cure palliative può attenuare la sofferenza crescente, specie nella fase terminale.
Claps era il migliore amico di Umberto, suo compagno di studi alla facoltà di medicina dell'Università di Modena, città dove si erano conosciuti, Umberto proveniente da Bari, Claps da Potenza.
Questa mattina, con Umberto e altri amici medici, ci siamo recati a Gaiato di Pavullo nella Clinica dove Claps ha vissuto immobilizzato nel suo letto per oltre un anno, e nella quale era già allestita la camera ardente.
Come sempre, queste occasioni sono vere "cartine di tornasole" per conoscere la natura umana; c'è la partecipazione composta dei presenti che esprimono il cordoglio e la pietà come possono, o riescono a fare, poi la tensione si allenta e cominciano a fluire i ricordi, gli aneddoti, e spunta qualche sorriso, poi la storiella apparentemente inopportuna, ma che in realtà serve a scacciare dalla mente l'ombra molesta della morte.
Ma il tentativo di esorcizzare la morte è reso vano dalla sua presenza tangibile nel corpo composto di Claps che, a poche ore dal decesso, non mostra ancora i segni del deformante "rigor mortis", con il risultato che il suo volto appare meno sofferente di quanto non fosse durante l'agonia.
Il fratello del morto è preso tutto dall'organizzazione delle esequie, quasi eccitato passa da un crocchio all'altro per aggiornare, indicare, modificare o confermare i dettagli organizzativi che mutano spesso, ma, si sa, i decessi di amici e congiunti sono sempre improvvisi e inaspettati anche quando tutti li credono imminenti, e ciò è dovuto allo stesso meccanismo di rimozione con cui vogliamo allontanare il pensiero della morte.
Pertanto ci si sofferma sugli aspetti decorativi degli addobbi floreali, della solennità richiesta al sacerdote, e approntare infine una cerimonia decorosa per tributare allo scomparso il cordoglio più sentito e sincero, anche se con ciò vogliamo forse consolare noi stessi per la disperazione in cui siamo.
A un tratto si percepisce una sorta di accelerazione nelle disposizioni che precedono il funerale: si reciterà un primo Rosario serale nella camera mortuaria della Clinica, poi una messa con benedizione alla chiusura della bara prima del suo trasferimento in città dove sarà celebrato il vero funerale
Infine la vita prevale, la vita deve continuare e rivendica i suoi diritti, il morto resta solo nella piccola camera ardente, la cassa in cui riposa è chiusa dal coperchio di legno intarsiato; amici e parenti cominciano a sciamare con i commenti più diversi, c'è tristezza ma l'atmosfera è distesa e l'animo più leggero per la certezza di essere sopravvissuti, e si colgono frammenti di voci e sussurri che accennano alla eredità di Claps, e ai suoi aventi diritto.
Antonio Ferrin
Modena, 7/9/2016
domenica 4 settembre 2016
VORREI
VORREI
Venticello di mare
reca malinconia
a blandire
con memorie
illusioni di fanciullo
Essere signore
della terra
padrone del cuore
dell'anima
esplorare
terre nuove
rilucenti
azzurro e smeraldo
senza pena
curare
teneri tralci
gemme
di primavera
Piccolo uomo
guscio vano
angusto
spirito
senza fine.
A.Ferrin
Modena, 30/8/2016
sabato 13 agosto 2016
Il SEGRETO
Il Segreto
Il segreto per vivere felici fra i garbugli e le pene della vita?
Poiché molti si sono cimentati, e lo fanno tutt'ora, nell'impartire consigli utili alla bisogna,
perché non partecipare a questo gioco futile, senza la pretesa di volere o dovere essere originale?
Prima di tutto, fare ciò che un tempo si diceva nel mondo contadino, cioè "portare il cervello all'ammasso"; in altri termini, se un'uomo pensa di avere un cervello, provveda a collocarlo in un
luogo sicuro al riparo da ogni rischio o tentazione di doverlo usare.
Se invece l'interessato è più o meno consapevole di esserne privo, ha un compito facilitato: potrà
condurre la sua vita nella stoltezza più totale.
Pertanto sarà in pace con tutti, non dovrà conformarsi a regole e precetti morali, e così sarà l'uomo
che ha capito tutto della vita, sarà ammirato, stimato, e temuto dai suoi simili.
E con buona pace della coerenza, i grandi trasgressori affermeranno che la virtù è premio a se stessa, e che l'onestà paga!
D'altra parte anche la grande "Madre Teresa di Calcutta" aveva dichiarato che" La sofferenza è il segno che Dio ci è vicino" a consolazione degli ultimi e più poveri dell'umanità.
E' sempre una questione di fede...
Antonio Ferrin
Modena 13 Agosto 2016
LUCERNARIO
LUCERNARIO
Volto al cielo
lanterna magica
con ombre fugaci
di cumuli e cirri
Sosta felice
gabbiani stremati
timide tortore
beccano invano
E s'involano ancora
La mente fugge
dal varco ialino
nello spazio lontano
Per dove?
Ovunque silenzio e pace
siano conforto
per l'animo stanco.
Antonio Ferrin
Modena, 11/Agosto 2016
mercoledì 22 giugno 2016
DA PROMESSE
Dalla raccolta
PROMESSE
Poesie e racconti brevi
di Antonio Ferrin
del 1992
IL TAFANO
Ieri sera ho notato un tafano sul muro della cucina, la sua vista mi ripugnava, e ho cercato quindi di fargli guadagnare l'aria libera ma, non riuscendovi, ho deciso di immobilizzarlo lasciandolo infine
apparentemente inanimato sul pavimento.
Infatti non era morto, perché questa mattina si trascinava faticosamente nella stanza, e allora l'ho
raccolto e gettato sul davanzale della finestra dove un piccolo ragno aveva teso un'invisibile rete nella
quale il tafano rimase subito prigioniero: l'infelice si divincolò per liberarsi, ma peggiorò la sua
situazione, e lo stesso tessitore accorse per renderne sicura la cattura.
Il grosso tafano, ormai consapevole dell'inutilità di ogni resistenza, e quindi della prossima sua fine,
era immobile e il ragno, così piccolo al suo cospetto, lo dominava e ne esplorava il corpo per
individuare il punto da cui avrebbe aspirato la linfa.
Non volendo essere testimone di questa visione terribile e vera, con un colpo di saggina ho
distrutto la tela, e il tutto ho gettato nella terra.
FIORINA
Era l'una nel pieno della notte quando l'Odilia si imbacuccò ben bene, uscì dalla stalla e si avviò sul
sentiero del Versurone. Faceva molto freddo, la neve caduta ostacolava il passo della donna che
tuttavia procedeva per raggiungere i casolari più lontani, fino alle pendici del monte.
Doveva farlo perché era morta improvvisamente Fiorina, la mucca, la loro unica mucca, e la disgrazia avrebbe avuto più gravi conseguenze economiche se subito, prima che facesse giorno, non si fosse
riusciti a venderne la carne ai contadini della valle.
Nella sfortuna infatti scattava la solidarietà dei valligiani che acquistavano come carne macellata fresca
quella che altrimenti il Veterinario comunale avrebbe fatto distruggere. Perciò, mentre l'Odilia
svegliava i paesani e li invitava a prendersi il loro pezzo di vacca, Viterbo, suo marito, era nella stalla
intento a smembrare la carcassa dell'animale, e imprecava per quello che gli toccava fare alla povera
bestia.
Tutti giunsero alla cascina prima dell'alba, quasi in processione, per scegliere la loro parte, e di Fiorina non rimasero che gli zoccoli, la coda con il ciuffo, e un mucchio di ossa pulite.
I contadini sostarono presso il camino per i soliti commenti di circostanza, il bicchiere di vino in mano per rinfrancarsi e riscaldarsi prima di fare ritorno alle loro case.
Rimasti soli, Odilia e Viterbo si abbandonarono stremati sulla vecchia ottomana, a guardarsi senza parlare.
Più tardi l'uomo si recò all'Ufficio Comunale per denunciare la macellazione del bovino, poi andò al
mercato bestiame per cercare una vitella che, disse, avrebbe chiamata Fiorina.
WALFRIDO
Walfridoo...Walfridoo..., si spolmonava l'Amerisa, ormai con la voce a pezzi; si era inoltrata nei boschi cedui del Praticciolo e dell'Acquachiara alla ricerca di Walfrido, figlio tanto amato quanto
fonte di preoccupazione. L'uomo, trentenne, soffriva di turbe mentali perché si diceva fosse "nato
con il forcipe", ma i suoi problemi psichici non erano tali da costituire pericolo per la comunità, che
infatti lo considerava un folletto benigno, e gli stessi paesani aiutavano l'Amerisa nell'accudirlo.
D'altra parte, Walfrido era veramente mite, incapace di aggressività, e le sole stramberie erano di
camminare senza posa per il paese, con lo sguardo assente e sorridente, e di vagare nei boschi alla
ricerca di ceppi nuovi su cui cacare.
Sì, proprio così, per i bisogni più importanti entrava nella selva, individuava il ceppo, magari tagliato
di fresco che l'ispirava e lì faceva il suo bisogno. Tutti sapevano di questa bizzarria e ne ridevano,
mentre sua madre ne moriva di vergogna.
Quella mattina, finalmente, l'Amerisa lo intravide accovacciato sul ceppo prescelto: il figlio era tutto
assorto, lo sguardo smarrito tra le fronde che nascondevano il cielo. Lo chiamò ancora una volta e lui,
senza tradire emozioni di sorta, si sistemò i pantaloni e la raggiunse fra i noccioli.
Era accaduto che il Sindaco, su consiglio del Medico Condotto, aveva disposto per Walfrido una visita
neurologica di controllo nel Policlinico di Modena, e perciò Arduino e Tullio, le guardie comunali, lo
aspettavano per condurvelo.
La comitiva avrebbe dovuto fare ritorno al borgo prima di sera, e il Sindaco, che aveva buone ragioni
per diffidare dei due funzionari, si era prodigato con consigli e raccomandazioni paterni.
I tre partirono alle otto del mattino con la macchina di servizio: Arduino alla guida, Tullio al suo fianco, e Walfrido sul sedile posteriore, presero la Statale dirigendo verso la pianura con un'andatura
lenta e prudente, quasi solenne, come se Arduino, consapevole del compito affidatogli, volesse
rimarcare il proprio ruolo di conduttore e capo spedizione.
Giunti alla Cascina Rossa, Tullio propose di sostarvi per riscaldarsi con la famosa grappa clandestina
di Rodolfo, le due chiacchiere e più di un bicchierino fecero volare il tempo e, ripreso il viaggio, quasi
subito Arduino decise di fermarsi alla Locanda del Cervo.
Solo per un bianco disse, e così con Tullio se ne fece un litro, mentre con gli altri avventori parlavano
di donne, e dei funghi che abbondavano nei boschi delle Polle.
Walfrido, rigorosamente astemio, osservgava paziente gli Ufficiali del Comune che centellinavano il
vino e sorrideva sempre a tutti, felice di essere fra tanta gente nuova. Poi fecero tappa alla trattoria
della Querciagrossa che era l'ora del pasto sacrosanto, e bevvero e mangiarono senza misura, il povero
Walfrido, pure nella sua confusione mentale, sembrava capire, e forse iniziò a preoccuparsi quando,
risaliti in macchina, le due guardie, stonatissime, si misero a cantare a squarciagola e Arduino pigiò
l'acceleratore affrontando le curve con stridore di gomme e freni.
Infine giunsero in pianura, e in vista della città i due, con il folletto che li seguiva docilmente, fecero
un'altra pausa all'Aquila Bianca per ingollare una buona dose di nocino per rimediare, così dissero,
alla pesantezza di stomaco che li affliggeva.
Arduino e Tullio erano ormai in un loro mondo felice, in uno stato di ebbrezza totale; era pomeriggio
inoltrato e il cielo già si incupiva quando attraversarono la città diretti al Policlinico, violando segnali
e divieti vari, provocando così l'inseguimento dei Vigili Urbani. Questi raggiunsero i montanari al
Pronto Soccorso, dove Arduino e Tullio, farfugliando e ondeggiando, si esibirono in uno spettacolo
esilarante e grottesco, e non seppero spiegare il motivo della loro calata in città.
Walfrido che era sobrio, nonostante la sua aria stranita e il sorriso stereotipato, passò per un signore
qualsiasi che era lì per caso. Ce ne volle per chiarire ogni equivoco per scongiurare il pericolo che il
folletto fosse lasciato libero e indifeso nella città, e che i due vitaioli fossero ricoverati nella Neuro.
Lassù in paese si parla e si ride ancora dell'avventura di Walfrido e dei due compari.
Arduino e Tullio hanno perso in autorità, ma nessuno lo sa o lo dice, e la vita continua come sempre.
Il Sindaco, che in pubblico deve darsi un contegno, si è sbellicato come pochi in privato, ma ha deciso
che la prossima volta Walfrido sarà accompagnato in città dai carabinieri.
Antonio Ferrin
Modena 1992
PROMESSE
Poesie e racconti brevi
di Antonio Ferrin
del 1992
IL TAFANO
Ieri sera ho notato un tafano sul muro della cucina, la sua vista mi ripugnava, e ho cercato quindi di fargli guadagnare l'aria libera ma, non riuscendovi, ho deciso di immobilizzarlo lasciandolo infine
apparentemente inanimato sul pavimento.
Infatti non era morto, perché questa mattina si trascinava faticosamente nella stanza, e allora l'ho
raccolto e gettato sul davanzale della finestra dove un piccolo ragno aveva teso un'invisibile rete nella
quale il tafano rimase subito prigioniero: l'infelice si divincolò per liberarsi, ma peggiorò la sua
situazione, e lo stesso tessitore accorse per renderne sicura la cattura.
Il grosso tafano, ormai consapevole dell'inutilità di ogni resistenza, e quindi della prossima sua fine,
era immobile e il ragno, così piccolo al suo cospetto, lo dominava e ne esplorava il corpo per
individuare il punto da cui avrebbe aspirato la linfa.
Non volendo essere testimone di questa visione terribile e vera, con un colpo di saggina ho
distrutto la tela, e il tutto ho gettato nella terra.
FIORINA
Era l'una nel pieno della notte quando l'Odilia si imbacuccò ben bene, uscì dalla stalla e si avviò sul
sentiero del Versurone. Faceva molto freddo, la neve caduta ostacolava il passo della donna che
tuttavia procedeva per raggiungere i casolari più lontani, fino alle pendici del monte.
Doveva farlo perché era morta improvvisamente Fiorina, la mucca, la loro unica mucca, e la disgrazia avrebbe avuto più gravi conseguenze economiche se subito, prima che facesse giorno, non si fosse
riusciti a venderne la carne ai contadini della valle.
Nella sfortuna infatti scattava la solidarietà dei valligiani che acquistavano come carne macellata fresca
quella che altrimenti il Veterinario comunale avrebbe fatto distruggere. Perciò, mentre l'Odilia
svegliava i paesani e li invitava a prendersi il loro pezzo di vacca, Viterbo, suo marito, era nella stalla
intento a smembrare la carcassa dell'animale, e imprecava per quello che gli toccava fare alla povera
bestia.
Tutti giunsero alla cascina prima dell'alba, quasi in processione, per scegliere la loro parte, e di Fiorina non rimasero che gli zoccoli, la coda con il ciuffo, e un mucchio di ossa pulite.
I contadini sostarono presso il camino per i soliti commenti di circostanza, il bicchiere di vino in mano per rinfrancarsi e riscaldarsi prima di fare ritorno alle loro case.
Rimasti soli, Odilia e Viterbo si abbandonarono stremati sulla vecchia ottomana, a guardarsi senza parlare.
Più tardi l'uomo si recò all'Ufficio Comunale per denunciare la macellazione del bovino, poi andò al
mercato bestiame per cercare una vitella che, disse, avrebbe chiamata Fiorina.
WALFRIDO
Walfridoo...Walfridoo..., si spolmonava l'Amerisa, ormai con la voce a pezzi; si era inoltrata nei boschi cedui del Praticciolo e dell'Acquachiara alla ricerca di Walfrido, figlio tanto amato quanto
fonte di preoccupazione. L'uomo, trentenne, soffriva di turbe mentali perché si diceva fosse "nato
con il forcipe", ma i suoi problemi psichici non erano tali da costituire pericolo per la comunità, che
infatti lo considerava un folletto benigno, e gli stessi paesani aiutavano l'Amerisa nell'accudirlo.
D'altra parte, Walfrido era veramente mite, incapace di aggressività, e le sole stramberie erano di
camminare senza posa per il paese, con lo sguardo assente e sorridente, e di vagare nei boschi alla
ricerca di ceppi nuovi su cui cacare.
Sì, proprio così, per i bisogni più importanti entrava nella selva, individuava il ceppo, magari tagliato
di fresco che l'ispirava e lì faceva il suo bisogno. Tutti sapevano di questa bizzarria e ne ridevano,
mentre sua madre ne moriva di vergogna.
Quella mattina, finalmente, l'Amerisa lo intravide accovacciato sul ceppo prescelto: il figlio era tutto
assorto, lo sguardo smarrito tra le fronde che nascondevano il cielo. Lo chiamò ancora una volta e lui,
senza tradire emozioni di sorta, si sistemò i pantaloni e la raggiunse fra i noccioli.
Era accaduto che il Sindaco, su consiglio del Medico Condotto, aveva disposto per Walfrido una visita
neurologica di controllo nel Policlinico di Modena, e perciò Arduino e Tullio, le guardie comunali, lo
aspettavano per condurvelo.
La comitiva avrebbe dovuto fare ritorno al borgo prima di sera, e il Sindaco, che aveva buone ragioni
per diffidare dei due funzionari, si era prodigato con consigli e raccomandazioni paterni.
I tre partirono alle otto del mattino con la macchina di servizio: Arduino alla guida, Tullio al suo fianco, e Walfrido sul sedile posteriore, presero la Statale dirigendo verso la pianura con un'andatura
lenta e prudente, quasi solenne, come se Arduino, consapevole del compito affidatogli, volesse
rimarcare il proprio ruolo di conduttore e capo spedizione.
Giunti alla Cascina Rossa, Tullio propose di sostarvi per riscaldarsi con la famosa grappa clandestina
di Rodolfo, le due chiacchiere e più di un bicchierino fecero volare il tempo e, ripreso il viaggio, quasi
subito Arduino decise di fermarsi alla Locanda del Cervo.
Solo per un bianco disse, e così con Tullio se ne fece un litro, mentre con gli altri avventori parlavano
di donne, e dei funghi che abbondavano nei boschi delle Polle.
Walfrido, rigorosamente astemio, osservgava paziente gli Ufficiali del Comune che centellinavano il
vino e sorrideva sempre a tutti, felice di essere fra tanta gente nuova. Poi fecero tappa alla trattoria
della Querciagrossa che era l'ora del pasto sacrosanto, e bevvero e mangiarono senza misura, il povero
Walfrido, pure nella sua confusione mentale, sembrava capire, e forse iniziò a preoccuparsi quando,
risaliti in macchina, le due guardie, stonatissime, si misero a cantare a squarciagola e Arduino pigiò
l'acceleratore affrontando le curve con stridore di gomme e freni.
Infine giunsero in pianura, e in vista della città i due, con il folletto che li seguiva docilmente, fecero
un'altra pausa all'Aquila Bianca per ingollare una buona dose di nocino per rimediare, così dissero,
alla pesantezza di stomaco che li affliggeva.
Arduino e Tullio erano ormai in un loro mondo felice, in uno stato di ebbrezza totale; era pomeriggio
inoltrato e il cielo già si incupiva quando attraversarono la città diretti al Policlinico, violando segnali
e divieti vari, provocando così l'inseguimento dei Vigili Urbani. Questi raggiunsero i montanari al
Pronto Soccorso, dove Arduino e Tullio, farfugliando e ondeggiando, si esibirono in uno spettacolo
esilarante e grottesco, e non seppero spiegare il motivo della loro calata in città.
Walfrido che era sobrio, nonostante la sua aria stranita e il sorriso stereotipato, passò per un signore
qualsiasi che era lì per caso. Ce ne volle per chiarire ogni equivoco per scongiurare il pericolo che il
folletto fosse lasciato libero e indifeso nella città, e che i due vitaioli fossero ricoverati nella Neuro.
Lassù in paese si parla e si ride ancora dell'avventura di Walfrido e dei due compari.
Arduino e Tullio hanno perso in autorità, ma nessuno lo sa o lo dice, e la vita continua come sempre.
Il Sindaco, che in pubblico deve darsi un contegno, si è sbellicato come pochi in privato, ma ha deciso
che la prossima volta Walfrido sarà accompagnato in città dai carabinieri.
Antonio Ferrin
Modena 1992
lunedì 13 giugno 2016
Da "FRAMMENTI DI SOGNO" del 1986
ATTIMO RIONE MOTTA
Presagi di voluttà Il sole penetra sono gli aromi a spicchi
nell'aria lieve disegnando
il turbine di pensieri ombre informi
si dipana di case pallide
tra fronde chiassose e mute.
di queruli passeri. Logge
Sussurri di mistero di legno antico
chiamano altrove tetti di beola
echi di suoni remoti abbaini e fumaioli
vagano nella selva mostrano al sole
sono amati tenui colori.
frammenti L'azzurro denso
di sogno. si perde
fra aspri pendii
dove il borgo
A.Ferrin 1986 è incastonato
come pietra dura.
Povere vecchie case
come dimenticare
se colori di pietre
aromi di abetaie
giungono qui
a ricordare un'altra età?
A. Ferrin 1986
SULLA STRADA
Procedi verso il mare
con affanno
solchi terre verdi
di Romagna.
Cortine di colline guardano la grande via
con sguardi furtivi
cogli lampi di bellezza
l'ordine mirabile
dei vigneti
i frutteti nella piana
fieri cipressi
schierati
sui declivi
la maestosa farnia
nel campo di stoppie.
Ma non puoi sostare
corrente impetuosa
di macchine urlanti
costringe nell'asfalto
infido e fuggi
la massa che incombe.
Non ha volto
il suo mistero è sfida.
Felice viandante
d'altre stagioni!
Regolava il passo al ritmo
consueto della natura
per sentieri polverosi
viveva l'avventura
con ombre benigne
presenze umane.
A.Ferrin 1986
martedì 7 giugno 2016
I M P O S T U R A
Impostura
"l'impostura è l'anima
della vita sociale: il mondo
è una lega di birbanti contro
gli uomini da bene, e di vili
contro i generosi".
(Giacomo Leopardi)
Leopardi ha ragione? Ha torto? Per alcuni è troppo rigido, per altri il suo pessimismo viene dalla sua
esistenza infelice, o dall'essere un Poeta che sogna e idealizza bellezza e purezza, un uomo e una umanità perfetti, che tali non sono, nè potrebbero essere.
D'altra parte, tutti noi, in un soprassalto di buonismo a buon mercato, siamo disponibili ai buoni
sentimenti, o a compiere gesti edificanti, e mai sottoscriveremmo l'affermazione del filosofo antico, secondo il quale "l'uomo è fatto di fango e sterco".
Invece le scienze umane, tutte, dall'antropologia alla biologia del mondo animale e vegetale dicono
che Leopardi ha ragione.
E' anche vero che i primi uomini usciti dalle caverne, hanno scoperto gradatamente di essere grandi esperti nel "gioco delle tre carte", e si sono impegnati nell'escogitare e razionalizzare strutture e sovrastrutture sempre più complesse per organizzare la loro vita sociale ma, a dispetto degli ingenui
e dei pochi benintenzionati, la loro faticosa evoluzione e creatività non ha consentito loro di affrancarsi dagli istinti animali primordiali, quali l'istinto predatorio, l'aggressività, e la volontà di dominio, e perciò essi sono condannati alla perenne lotta per la vita, una vita in cui si perpetua il dominio dell'uomo sull'uomo.
E Dio, inconoscibile e imperscrutabile, forse osserva divertito da lontano il dibattersi di una umanità brulicante che crede di sapere perché, e per chi vive.
Antonio Ferrin
Riproduzione riservata
Modena, 07/06/2016e
"l'impostura è l'anima
della vita sociale: il mondo
è una lega di birbanti contro
gli uomini da bene, e di vili
contro i generosi".
(Giacomo Leopardi)
Leopardi ha ragione? Ha torto? Per alcuni è troppo rigido, per altri il suo pessimismo viene dalla sua
esistenza infelice, o dall'essere un Poeta che sogna e idealizza bellezza e purezza, un uomo e una umanità perfetti, che tali non sono, nè potrebbero essere.
D'altra parte, tutti noi, in un soprassalto di buonismo a buon mercato, siamo disponibili ai buoni
sentimenti, o a compiere gesti edificanti, e mai sottoscriveremmo l'affermazione del filosofo antico, secondo il quale "l'uomo è fatto di fango e sterco".
Invece le scienze umane, tutte, dall'antropologia alla biologia del mondo animale e vegetale dicono
che Leopardi ha ragione.
E' anche vero che i primi uomini usciti dalle caverne, hanno scoperto gradatamente di essere grandi esperti nel "gioco delle tre carte", e si sono impegnati nell'escogitare e razionalizzare strutture e sovrastrutture sempre più complesse per organizzare la loro vita sociale ma, a dispetto degli ingenui
e dei pochi benintenzionati, la loro faticosa evoluzione e creatività non ha consentito loro di affrancarsi dagli istinti animali primordiali, quali l'istinto predatorio, l'aggressività, e la volontà di dominio, e perciò essi sono condannati alla perenne lotta per la vita, una vita in cui si perpetua il dominio dell'uomo sull'uomo.
E Dio, inconoscibile e imperscrutabile, forse osserva divertito da lontano il dibattersi di una umanità brulicante che crede di sapere perché, e per chi vive.
Antonio Ferrin
Riproduzione riservata
Modena, 07/06/2016e
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