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libreria di zurau

martedì 21 dicembre 2021

AMARELA

 Amarela, annoiata e distratta, sfogliava una vecchia rivista abbandonata sullo scaffale del ripostiglio; era decisa a riordinare quell'angolo buio della casa, ormai ricettacolo di cose inutili: leggiucchiava e curiosava qua e la, ma la mente vagava altrove, i pensieri correvano come nuvole alte sospinte dal vento.Voleva fare ordine senza sapere da dove iniziare, quasi avesse tra le mani un groviglio di fili di cui non scorgeva capo e coda, e allora si fermava cercando di fare mente locale.                              Quale era il pensiero, o i pensieri che la turbavano?  Era una donna nel pieno della maturità, bella e desiderabile, anzi desiderata, e non solo dal suo uomo e, come  le donne veramente belle, era apparentemente ignara della sua bellezza, la mostrava senza ostentarla, e la naturalezza ne accresceva il fascino.                                                                                                                                                          Dalle finestre spalancate sul retro della casa giungeva l'eco di voci allegre di bimbi che solcavano il pendio quasi sospinti dal ponentino che carezzava il grano maturo in cui tracciavano rovinosi sentieri fra gli urli del contadino. Oltre il poggio erano le crete con anfratti aridi e impervi che si inoltravano in terre desolate, quasi terra di misteri che a grandi e piccoli incuteva rispetto.                                        Aria cielo e terra erano in uno stato di grazia, momenti che si vorrebbero sospesi e immutati nel tempo, ma questo procede incurante di noi che dobbiamo vivere le stagioni della vita come debito da pagare. Amarela era forse presa da pensieri che raramente la sfioravano, quando udì una voce stridula e acuta salire dal cortile del caseggiato, unita al vociare confuso del crocchio di donne che si era aggrumato intorno alla donna che strepitava,  e nel clamore credette di percepire il suo nome gridato a tutto fiato. Amarela, signora Amarela, e qui dava più forza e tensione alle corde vocali: Amarela! Perché non ti affacci alla finestra? I tuoi vicini devono sapere che sei una femmina ruba mariti, che sei senza vergogna e fai schifo! Vergognati! E faceva il gesto di sputare in faccia. Amarela aveva già socchiuso gli scuri, e solo una sottile lama di luce filtrava a rischiarare la camera;  dalla fessura scrutava il cortile dove la donna tradita, circondata dai curiosi, inveiva con offese, parolacce, nonché minacce dirette all'amante, e non si capiva se tutto fosse frutto dell'orgoglio ferito o dell'invidia per la riconosciuta avvenenza di Amarela che, scioccata e turbata dall'irruzione di quella che osava violare e mettere in piazza la sua vita privata, decise di reagire e rompere l'assedio.                                                           Prese la calibro 12 che il marito  custodita nel cassettone, armò la doppietta e si appostò alla finestra: era esasperata e determinata a farsi giustizia. Prese la mira e indugiò alquanto per controllare la tensione e il tremore che la scuoteva; quando fu sicura di se e dell'obiettivo, le canne sputarono due rose di pallini che investirono leggermente un innocente cane randagio: il calibro delle cartucce era tarato per  passeri e tordi, e a causa della  eccessiva distanza, i pallini non fecero danni irreparabili.                       Si levarono urla isteriche e frasi indicibili rivolte alla finestra di Amarela, seguite dal caotico fuggi fuggi generale, e solo la donna tradita non si mosse: se ne stava ritta con gli occhi di fuoco in mezzo al cortile, continuando a sciorinare le offese che leggeva sul foglio che aveva nascosto nel reggiseno; Amarela invece si era rincantucciata nell'angolo opposto alla finestra da cui riusciva a percepire le litanie di offese senza fine che la donna le indirizzava dal cortile: cominciò a temere e pianse per se, per il marito, per la loro vita, mentre tutti i presenti, curiosi e parenti, in attesa dei Carabinieri, si dilungavano sulle responsabilità degli attori. Ma i Carabinieri non si fecero vedere, perché in realtà nessuno si era presa la briga di chiamarli, e fu un bene perché, non essendoci scappato il morto, tutto rientrò nel conto delle liti di cortile, nelle quali tutti hanno da perdere o guadagnare: era il tacito accordo a non stravolgere l'equilibrio precario in cui la comunità viveva. Infine la vicenda si ridusse a pettegolezzo dei "si dice", "hai sentito?", cioè in quel polverone del chiacchiericcio che annoia e sarà presto dimenticato.                Amarela invece dovette elaborare l'accaduto e ripararne i cocci anche con un travaglio interiore che, oltre a curare le ferite dell'anima e del corpo, fu necessario per salvare il salvabile del matrimonio. Abbandonò cieche speranze e illusioni, e infine venne il momento del chiarimento con il suo uomo.       I due ritrovarono una certa serenità e il desiderio di amarsi ancora, e un giorno egli le disse, tra il serio e il faceto: la prossima volta ricorda di usare cartucce caricate a pallettoni!

A.Ferrin

domenica 19 dicembre 2021

POLESINE


 

Da Porto Garibaldi, con la Romea sfiorarono l'Abbazia di Pomposa, Bosco Mesola e Valle Bertuzzi, poi per antichi terreni bonificati, raggiunta Goro e la Sacca omonima, seguendo la strada d'argine di questo ramo del Po, ecco Gorino, dove il corso del fiume si frastaglia in rami minori che lasciano acque in lanche e mortizze, tra lingue di terra e dune sabbiose. La batana era tirata a secco sull'estrema lingua di terra, e Berto, aiutato da Giulia, la spinse in acqua:  egli portava a spalla l'unico remo utilizzato per la voga alla veneziana, si staccò dalla riva e costeggiò la sacca fino al Faro di Goro.                  Giulia, silenziosa, sedeva a prua con la mano nell'acqua verdastra che spumeggiava nascondendo il fondo alla profondità di soli 60 cm: l'acqua ora era  limacciosa, ora cupa di alghe e cespugli.L'acqua salmastra, sorvolata da gabbiani felici, era increspata e tremolava per la brezza che dalla pineta svaniva sul mare.La donna fissava lo sciabordio prodotto dalla sua mano: Berto le disse che la mano in acqua faceva da timone, ma lei godeva di mani o piedi immersi.Giulia slacciò il pareo, mostrando il bikini turchese che esaltava le forme di splendida quarantenne; sembrava incurante della presenza di Berto che la osservava, ma senza darlo a vedere, che la sua bellezza lo stupiva ancora, e con piccoli tocchi del remo indirizzò la barca e penetrò nell'intrico di      cannella palustre dirigendo a Canneviè, la vecchia stazione di pesca trasformata in oasi di riposo per amanti del paesaggio vallivo e dell'osservazione della fauna.La batana procedeva lenta tra cannella, salicornia e giunchi: l'odore salmastro e di marcita divenne    pungente, e al crepitio delle erbe si levavano in volo garzette, qualche airone, e immobile, più oltre,era la visione rara di un Cavaliere d'Italia, ritto su una minuscola barena.Elegantissimo e guardingo affondava il becco nell'acqua, e Berto lo indicò a Giulia che posò lo sguardo sull'uccello e sorrise, e allora l'uomo ricordò che il Cavaliere d'Italia, (al pari di altri animali)corteggia la sua compagna con un rituale delicatissimo e romantico, comportamento esemplare per gli umani che spesso non usano gli stessi riguardi negli approcci amorosi.Approdarono all'isolotto di Canneviè, in passato stazione di lavorieri per la cattura e lavorazione delleanguille, e ora ristorante e albergo; l'orizzonte profondo, ormai sfumava in gradazioni di rosa che, da valli e lagune zittite stingeva sul mare senza luce.Nella nuova Canneviè non c'era traccia di lavorieri, ma era ancora isolata in una rete di barene erbose unite da passerelle rudimentali, a volte munite di pontili d'attracco, e l'insieme di questa fusione fraterre e acque era suggestiva, quasi una tela finemente ricamata: le passerelle e il perimetro del locale  erano segnate da torce anti zanzare che infestano da sempre queste lagune.L'uomo e la donna cenarono: l'atmosfera nel locale era propizia alla rimozione di ogni timore e sopiva tensioni e crucci della vita quotidiana a Ferrara.Avevano stabilito di dormire a Canneviè, e il mattino dopo fare a ritroso la vogata per Gorino.Alcuni turisti provarono ad animare la serata, ma non c'era un istrione degno di questo nome, e allora  le voci si affievolirono, e i pur generosi tentativi si ridussero a più miti pretese: un vecchio piano verticale era sulla pedana e si offriva a suonatori avventizi e coraggiosi.Uno dei presenti si avvicinò, timidamente e con circospezione, allo strumento, ma subito, uomini e donne, lo spronarono battendo le mani; l'uomo, ormai a suo agio di fronte alla tastiera, cercò il La.Il pianista, con condiscendenza e un pizzico di sussiego, strimpellò vecchie canzoni e brani classici, nei quali alcuni si cullavano e cedevano alla nostalgia, mentre altri abbandonarono la sala diretti alle camere.Anche Berto e Giulia dopo alcuni brani si alzarono e, rivolto un sorriso al pianista, si avvicinarono ai vetri, notando subito che le torce si stavano spegnendo, e la loro luce sempre più fioca allungava le ombre della notte.I due erano sereni e si tenevano per mano: da quanto non accadeva? Forse da quando frequentavano i Lidi nei lontani anni 60?Si erano invaghiti l'uno dell'altra nei giorni assolati di luglio, con i balli lenti e con il rito giocoso della seduzione che poi finiva sempre fra le dune del litorale Acciaioli. Adesso erano distesi sul letto, stremati dall'intensa giornata, ma non dimentichi di quel passato, e non resistettero al desiderio: si scambiarono effusioni dolcissime e si rividero giovani, lei nel pieno fulgore della giovinezza, i capelli biondo cenere, gli occhi grandi e stupiti, lui quando credeva ancora che tutto fosse senza fine: nutrivano fiducia nelle promesse di gioia e felicità.Chiusero gli occhi che lei era abbarbicata a lui come rampicante o, come diceva Berto, un ragnetto. Furono risvegliati al mattino dal clamore della natura e dal sole che entrava prepotente dai vetri; l'uomo scese dal letto e osservò Giulia che sembrava assopita, ma era solo civettuola e indolente, le si avvicinò sfiorandole bocca e palpebre con le labbra.

Erano in sala per la colazione: dalle finestre spalancate irrompeva il chiasso dei gabbiani e l'aria di erbe e salsedine; l'uomo e la donna, ristorati dal sonno e dalla colazione, uscirono da Canneviè, Berto con il suo remo in spalla, e raggiunsero il pontile a riprendere la batana.                                                                                                         Il cielo era terso, la brezza mattutina penetrava nelle strette vie d'acqua tra la vegetazione verde oro che ondeggiava e frusciava; i due erano catturati dalla serenità di una natura che pare immobile, ma che invece brulica di vita, dove le acque del grande Delta recano da lontano, senza fine, limo e sedimenti che fanno terra del mare. Giunsero stanchi nel porticciolo di Gorino, ormeggiarono la barca e Berto assicurò il remo sul tetto della vettura, quindi decisero di pranzare alla Uspa, il locale più schietto, e forse l'ultimo, nella lingua di terra, più a sud del Delta, che si distende nell'Adriatico. Camminarono sulla nuova terra di polesine sperando di avvicinarsi al vecchio faro, ma il percorso risultò impervio e infido; ritornarono sui loro passi e salirono in macchina per fare ritorno a Ferrara. Nel viaggio verso la città estense, Berto e Giulia furono di poche parole; era scemata la tensione positiva dell'aspettativa all'andata, nonché la lusinga delle ore trascorse insieme: erano oppressi da pensieri molesti legati alla realtà che li attendeva e che non amavano.

A.Ferrin

 

giovedì 16 dicembre 2021

GRAMELOT

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

 GRAMELOT                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

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A.Ferrin
modena, 16/12/2021

AMOR SACRO E AMOR PROFANO



Cantico dei Cantici di Re Salomone

Mi abbeveri di baci la tua bocca
Perché il tuo amore inebria più del vino
E' bello il tuo profumo respirare
Il tuo nome è un unguento penetrato
Dalle vergini sacre sei amato


Risultati immagini per estasi di santa teresa del Bernini  Estasi di santa Teresa d'Avila
                                                                       (G.Lorenzo Bernini)                                                                                
Trascinami con te nella tua corsa                                       
Nelle tue stanze fammi entrare o re
Dove godremo e avremo gioia insieme
Inebria il tuo amore più del vino
Le amanti desiderose
Come sei bella amica mia come sei bella
Hai per occhi colombe                                                                                            
Come sei bello e caro amico mio                                                                        


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Sono i primi versi del Cantico dei Cantici, tradotto da Guido Ceronetti
Gli esegeti discutono se questo testo biblico abbia carattere religioso o laico, io propendo per il testo laico, di umanità e bellezza ineguagliabili e in quanto tale,
di significato universale.
D'altra parte esprime molto bene anche l'esperienza ineffabile della relazione mistica con la Divinità.

                                                    

mercoledì 15 dicembre 2021

VITA COME DEBITO DA PAGARE

E' il filosofo presocratico Anassimandro che lo afferma nel VI secolo a.c. , i secoli d'oro in cui fioriscono i pensatori che con i Socratici anticiparono il pensiero delle scienze umane nei secoli successivi.                                                                                                                                                      Era forse già presente il concetto di "peccato originale" mutuato dalla tradizione Biblica, e trasmessa nel bacino del Mediterraneo con la trasmissione orale?                                                                                Anassimandro riteneva che ogni nascita fosse dovuta alla separazione traumatica da un Ente Universale da cui tutto origina, e a cui tutto vuole ritornare per ripristinarne l'unità.                                          Quindi la vita come debito da pagare e che l'uomo sconta "vivendo", e quale è il prezzo più gravoso per l'uomo se non quello di vivere una vita con sofferenza e morte?                                                             Poi subentra il cristianesimo consolatore che, come molte religioni, promette il premio della vita eterna con il Paradiso o la punizione assoluta, cioè "ordina e regala la legge".                                            Poveri uomini e povere donne, siamo condannati a vivere, a sottostare al giogo che non abbiamo scelto, a piangere nel parto, lasciando la sicurezza del ventre materno per l'avventura, disorientati e terrorizzati e che, se non fossimo accuditi da mani pietose, non potremmo sopravvivere; la natura è generosa, ma non disinteressata: infatti lei dialoga con l'infinito, ha già programmato la nostra vita con un percorso disseminato di ostacoli; l'orologio biologico scandisce le tappe, e in questa esperienza siamo soli, abbiamo inventato il "libero arbitrio" nel delirio di onnipotenza, illusi e preda dei sogni, ma infine disperati.                                                                                                                                                    La natura è indifferente al nostro destino: il suo interesse trascende quello dello spazio angusto in cui siamo confinati, spazio che noi mortali cerchiamo disperatamente di esplorare e vivere.                          Non ci resta che vivere la vita per gli attimi di pienezza che sappiamo cogliere al banchetto dei Grandi. 

A.Ferrin                                                                                                                                            modena, 15/12/2021

mercoledì 8 dicembre 2021

COVID

Covid, sempre Covid, fortissimamente Covid... A fronte di negazionismo e deliri vari, conviene familiarizzare con questa pandemia all'ombra della quale crescono paura e disorientamento; familiarizzare non vuole dire farsela amica, o desiderare  la sua compagnia, ma piuttosto conoscerla e nello stesso tempo utilizzare gli strumenti che la scienza ci offre; in altri termini dovremmo fare come i bambini che temono le ombre nel buio della loro cameretta fino a che i genitori accendono la lampadina e i piccoli scoprono che le ombre corrispondono all'armadio, al riflesso di un chiarore lunare, al comodino o ai giocattoli lasciati sul pavimento e allora, per incanto, scemano tutte le paure.                      Ieri sera mi sono recato all'ex Deposito dell'Aeronautica per sottopormi al richiamo del Vaccino, la terza somministrazione: il freddo è pungente e tutta l'area è immersa in una caligine che gronda umidità.                                                                                                                                                 Come temevo, l'affluenza dei cittadini è notevole, fra ritardatari delle prime dosi, e altri che come me si prestano alla terza di rafforzamento.                                                                                                          Si sono già formate code in doppia e tripla fila, e si sussurra che l'attesa stimata sia di due o tre ore: è meglio armarsi di pazienza e mettersi in ordine curiosando fra i compagni d'avventura; la coda procede lentamente, dobbiamo raggiungere le postazioni dove volontari e dipendenti della Sanità esplicano le formalità di rito prima che in altre postazioni siano praticate le iniezioni.                                                  Nell'attesa si familiarizza con i vicini, e lo si fa con una battuta più o meno felice, ma utile per rompere il ghiaccio: c'é quello che mugugna perché è diventato nonno e non ha potuto correre al capezzale della figlia e della neonata, e la giovane sposa che sbotta "se c'é d'aspettare tre ore, io mi sparo", un altro che scalpita e indaga quale vaccino hai fatto o devi fare, e un napoletano, felicemente estroverso, racconta la sua disavventura di proprietario "virtuale" di un appartamento in quel di Napoli.                                  Abita a Modena per lavorare, ha la residenza a Napoli, dove l'appartamento di proprietà è occupato da 15 anni(!), e non riesce a liberarlo perché, se è problematico lo sfratto in tutta Italia, a Napoli è quasi impossibile grazie alla "creatività" e fantasia napoletane.                                                                          Il suo appartamento è abitato da una famigliola con quattro figli: uno dei figli ha raggiunto i 18 anni ed è uscito dal computo dei figli a carico, ma restano gli altri dei quali bisognerà attendere la maggiore età e, in ogni caso, queste situazioni sono così ingarbugliate che è arduo districarsi fra i cavilli giuridici e quelli rappresentati da una umanità dolente che fatica a sopravvivere.                                                    Ma nonostante tutto, il napoletano non mostra acredine verso l'occupante, ne parla con dolorosa "leggerezza" e involontaria ironia stupito, e forse ammirato delle sue capacità di tutelare la propria famiglia, e allora continua a fare la spola fra Napoli e Modena per il lavoro, la causa in Tribunale, e le bizzarrie burocratiche.                                                                                                                       Ritorno alla mia coda, attento al percorso che devo completare per giungere alla meta e, fantasticando, noto che questi capannoni sono simili a mattatoi o mercati bestiame dove greggi e mandrie sono instradate mediante transenne al luogo della marchiatura o punzonatura, della compravendita o del loro  sacrificio.                                                                                                                                                    Si pensa che le bestie avvertano la mattanza vicina, ma anche noi siamo preda di inquietudine quando siamo costretti a obblighi imposti dall'autorità.                                                                                          A un tratto, dalla lunga fila esce un cittadino che affronta un vero percorso di guerra per raggiungere la toilette posta fuori al freddo, allora mi accorgo che, forse per emulazione, la mia prostata reclama attenzione; dirigo verso l'insegna sfavillante che segnala la toilette e la raggiungo: i locali sono squallidi e desolati, struttura di fortuna con una barella abbandonata in un angolo, e servizi igienici alla turca, incustoditi e non igienizzati: immagine che mi riporta agli anni '50 e '60, gli anni di collegio e della naja.                                                                                                                                                    Rientro al mio  posto (che Paola aveva occupato in mia vece) proprio in tempo per trovarmi di fronte al volontario che controlla i documenti, quindi devo affrontare una nuova fila, un'ulteriore tappa di avvicinamento al punto di vaccinazione.                                                                                                      I volontari svolgono un servizio meritorio, ma accade che alcuni di essi si sentano, o si credano investiti di un'autorità che esercitano con una certa supponenza. Infine, dopo tre ore di impaziente o rassegnata attesa, ricevo la dose di richiamo: ho fatto il mio dovere, quello che il super IO ha consigliato e indotto a fare; spero che sia finita qui, ma ne dubito, e infatti già si sussurra che il Corona Virus potrebbe mutare in forma endemica, e quindi richiedere la vaccinazione annuale come l'antinfluenzale.

                                                                                                                                                                      A.Ferrin                                                                                                                                            modena, 8/12/2021  

mercoledì 1 dicembre 2021

CHE CI FACCIO QUI ?

Vivere                                                                                                                                                          la vita fiaccata                                                                                                                                          dagli insulti del tempo?                                                                                                                            Superstite                                                                                                                                                      nella terra riarsa e muta?                                                                                                                              Che ci faccio qui?                                                                                                                              Viandante senza meta                                                                                                                          nell'intrico fosco                                                                                                                                      cerco un                                                                                                                                                      prato verde                                                                                                                                                    di quiete.

A.Ferrin                                                                                                                          modena,30/11/2021