SCRIBERE

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libreria di zurau

sabato 13 agosto 2016

Il SEGRETO



Il Segreto


Il segreto per vivere felici fra i garbugli e le pene della vita?
Poiché molti si sono cimentati, e lo fanno tutt'ora, nell'impartire consigli utili alla bisogna,
perché non partecipare a questo gioco futile, senza la pretesa di volere o dovere essere originale?
Prima di tutto, fare ciò che un tempo si diceva nel mondo contadino, cioè "portare il cervello all'ammasso"; in altri termini, se un'uomo pensa di avere un cervello, provveda a collocarlo in un
luogo sicuro al riparo da ogni rischio o tentazione di doverlo usare.
Se invece l'interessato è più o meno consapevole di esserne privo, ha un compito facilitato: potrà
condurre la sua vita nella stoltezza più totale.
Pertanto sarà in pace con tutti, non dovrà conformarsi a regole e precetti morali, e così sarà l'uomo
che ha capito tutto della vita, sarà ammirato, stimato, e temuto dai suoi simili.
E con buona pace della coerenza, i grandi trasgressori affermeranno che la virtù è premio a se stessa, e che l'onestà paga!
D'altra parte anche la grande "Madre Teresa di Calcutta" aveva dichiarato che" La sofferenza è il segno che Dio ci è vicino" a consolazione degli ultimi e più poveri dell'umanità.
E' sempre una questione di fede...

Antonio Ferrin
Modena 13 Agosto 2016



LUCERNARIO



 LUCERNARIO



Volto al cielo
lanterna magica
con ombre fugaci
di cumuli e cirri

Sosta felice
gabbiani stremati
timide tortore
beccano invano

E s'involano ancora

La mente fugge
dal varco ialino
nello spazio lontano

Per dove?

Ovunque silenzio e pace
siano conforto
per l'animo stanco.


Antonio Ferrin
Modena, 11/Agosto 2016


   

mercoledì 22 giugno 2016

DA PROMESSE

Dalla raccolta
PROMESSE
Poesie e racconti brevi
di Antonio Ferrin
del 1992      

                                                    
                                                       IL TAFANO





Ieri sera ho notato un tafano sul muro della cucina, la sua vista mi ripugnava, e ho cercato quindi di fargli guadagnare l'aria libera ma, non riuscendovi, ho deciso di immobilizzarlo lasciandolo infine
apparentemente inanimato sul pavimento.
Infatti non era morto, perché questa mattina si trascinava faticosamente nella stanza, e allora l'ho
raccolto e gettato sul davanzale della finestra dove un piccolo ragno aveva teso un'invisibile rete nella
quale il tafano rimase subito prigioniero: l'infelice si divincolò per liberarsi, ma peggiorò la sua
situazione, e lo stesso tessitore accorse per renderne sicura la cattura.
Il grosso tafano, ormai consapevole dell'inutilità di ogni resistenza, e quindi della prossima sua fine,
era immobile e il ragno, così piccolo al suo cospetto, lo dominava e ne esplorava il corpo per
individuare il punto da cui avrebbe aspirato la linfa.
Non volendo essere testimone di questa visione terribile e vera, con un colpo di saggina ho
distrutto la tela, e il tutto ho gettato nella terra.


                                                    FIORINA

Era l'una nel pieno della notte quando l'Odilia si imbacuccò ben bene, uscì dalla stalla e si avviò sul
sentiero del Versurone. Faceva molto freddo, la neve caduta ostacolava il passo della donna che
tuttavia procedeva per raggiungere i casolari più lontani, fino alle pendici del monte.
Doveva farlo perché era morta improvvisamente Fiorina, la mucca, la loro unica mucca, e la disgrazia avrebbe avuto più gravi conseguenze economiche se subito, prima che facesse giorno, non si fosse
riusciti a venderne la carne ai contadini della valle.
Nella sfortuna infatti scattava la solidarietà dei valligiani che acquistavano come carne macellata fresca
quella che altrimenti il Veterinario comunale avrebbe fatto distruggere. Perciò, mentre l'Odilia
svegliava i paesani e li invitava a prendersi il loro pezzo di vacca, Viterbo, suo marito, era nella stalla
intento a smembrare la carcassa dell'animale, e imprecava per quello che gli toccava fare alla povera
bestia.
Tutti giunsero alla cascina prima dell'alba, quasi in processione, per scegliere la loro parte, e di Fiorina non rimasero che gli zoccoli, la coda con il ciuffo, e un mucchio di ossa pulite.
I contadini sostarono presso il camino per i soliti commenti di circostanza, il bicchiere di vino in mano per rinfrancarsi e riscaldarsi prima di fare ritorno alle loro case.
Rimasti soli, Odilia e Viterbo si abbandonarono stremati sulla vecchia ottomana, a guardarsi senza parlare.
Più tardi l'uomo si recò all'Ufficio Comunale per denunciare la macellazione del bovino, poi andò al
mercato bestiame per cercare una vitella che, disse, avrebbe chiamata Fiorina.



                                                        WALFRIDO


Walfridoo...Walfridoo..., si spolmonava l'Amerisa, ormai con la voce a pezzi; si era inoltrata nei boschi cedui del Praticciolo e dell'Acquachiara alla ricerca di Walfrido, figlio tanto amato quanto
fonte di preoccupazione. L'uomo, trentenne, soffriva di turbe mentali perché si diceva fosse "nato
con il forcipe", ma i suoi problemi psichici non erano tali da costituire pericolo per la comunità, che
infatti lo considerava un folletto benigno, e gli stessi paesani aiutavano l'Amerisa nell'accudirlo.
D'altra parte, Walfrido era veramente mite, incapace di aggressività, e le sole stramberie erano di
camminare senza posa per il paese, con lo sguardo assente e sorridente, e di vagare nei boschi alla
ricerca di ceppi nuovi su cui cacare.
Sì, proprio così, per i bisogni più importanti entrava nella selva, individuava il ceppo, magari tagliato
di fresco che l'ispirava e lì faceva il suo bisogno. Tutti sapevano di questa bizzarria e ne ridevano,
mentre sua madre ne moriva di vergogna.
Quella mattina, finalmente, l'Amerisa lo intravide accovacciato sul ceppo prescelto: il figlio era tutto
assorto, lo sguardo smarrito tra le fronde che nascondevano il cielo. Lo chiamò ancora una volta e lui,
senza tradire emozioni di sorta, si sistemò i pantaloni e la raggiunse fra i noccioli.
Era accaduto che il Sindaco, su consiglio del Medico Condotto, aveva disposto per Walfrido una visita
neurologica di controllo nel Policlinico di Modena, e perciò Arduino e Tullio, le guardie comunali, lo
aspettavano per condurvelo.
La comitiva avrebbe dovuto fare ritorno al borgo prima di sera, e il Sindaco, che aveva buone ragioni
per diffidare dei due funzionari, si era prodigato con consigli e raccomandazioni paterni.
I tre partirono alle otto del mattino con la macchina di servizio: Arduino alla guida, Tullio al suo fianco, e Walfrido sul sedile posteriore, presero la Statale dirigendo verso la pianura con un'andatura
lenta e prudente, quasi solenne, come se Arduino, consapevole del compito affidatogli, volesse
rimarcare il proprio ruolo di conduttore e capo spedizione.
Giunti alla Cascina Rossa, Tullio propose di sostarvi per riscaldarsi con la famosa grappa clandestina
di Rodolfo, le due chiacchiere e più di un bicchierino fecero volare il tempo e, ripreso il viaggio, quasi
subito Arduino decise di fermarsi alla Locanda del Cervo.
Solo per un bianco disse, e così con Tullio se ne fece un litro, mentre con gli altri avventori parlavano
di donne, e dei funghi che abbondavano nei boschi delle Polle.
Walfrido, rigorosamente astemio, osservgava paziente gli Ufficiali del Comune che centellinavano il
vino e sorrideva sempre a tutti, felice di essere fra tanta gente nuova. Poi fecero tappa alla trattoria
della Querciagrossa che era l'ora del pasto sacrosanto, e bevvero e mangiarono senza misura, il povero
Walfrido, pure nella sua confusione mentale, sembrava capire, e forse iniziò a preoccuparsi quando,
risaliti in macchina, le due guardie, stonatissime, si misero a cantare a squarciagola e Arduino pigiò
l'acceleratore affrontando le curve con stridore di gomme e freni.
Infine giunsero in pianura, e in vista della città i due, con il folletto che li seguiva docilmente, fecero
un'altra pausa all'Aquila Bianca per ingollare una buona dose di nocino per rimediare, così dissero,
alla pesantezza di stomaco che li affliggeva.
Arduino e Tullio erano ormai in un loro mondo felice, in uno stato di ebbrezza totale; era pomeriggio
inoltrato e il cielo già si incupiva quando attraversarono la città diretti al Policlinico, violando segnali
e divieti vari, provocando così l'inseguimento dei Vigili Urbani. Questi raggiunsero i montanari al
Pronto Soccorso, dove Arduino e Tullio, farfugliando e ondeggiando, si esibirono in uno spettacolo
esilarante e grottesco, e non seppero spiegare il motivo della loro calata in città.
Walfrido che era sobrio, nonostante la sua aria stranita e il sorriso stereotipato, passò per un signore
qualsiasi che era lì per caso. Ce ne volle per chiarire ogni equivoco per scongiurare il pericolo che il
folletto fosse lasciato libero e indifeso nella città, e che i due vitaioli fossero ricoverati nella Neuro.
Lassù in paese si parla e si ride ancora dell'avventura di Walfrido e dei due compari.
Arduino e Tullio hanno perso in autorità, ma nessuno lo sa o lo dice, e la vita continua come sempre.
Il Sindaco, che in pubblico deve darsi un contegno, si è sbellicato come pochi in privato, ma ha deciso
che la prossima volta Walfrido sarà accompagnato in città dai carabinieri.

Antonio Ferrin
Modena 1992
                                                                                                                                                                                                                                                                             


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


lunedì 13 giugno 2016

Da "FRAMMENTI DI SOGNO" del 1986



                                                               



ATTIMO                                                                     RIONE MOTTA



Presagi di voluttà                                                          Il sole penetra                                           sono gli aromi                                                                       a spicchi
nell'aria lieve                                                                disegnando
il turbine di pensieri                                                     ombre informi
si dipana                                                                       di case pallide
tra fronde chiassose                                                      e mute.
di queruli passeri.                                                         Logge
Sussurri di mistero                                                       di legno antico
chiamano altrove                                                          tetti di beola
echi di suoni remoti                                                      abbaini e fumaioli
vagano nella selva                                                        mostrano al sole
sono amati                                                                    tenui colori.
frammenti                                                                     L'azzurro denso
di sogno.                                                                       si perde
                                                                                     fra aspri pendii
                                                                                     dove il borgo
A.Ferrin 1986                                                              è incastonato
                                                                                     come pietra dura.
                                                                                    Povere vecchie case
                                                                                    come dimenticare
                                                                                    se colori di pietre
                                                                                    aromi di abetaie
                                                                                    giungono qui
                                                                                    a ricordare un'altra età?

                                                                                   A. Ferrin    1986






















SULLA STRADA                                                                                                                                                                                                                                                                      

                 


Procedi verso il mare                                                                                                                
con affanno
solchi terre verdi
di Romagna.  
Cortine di colline                                                                                                                         guardano la grande via
con sguardi furtivi
cogli lampi di bellezza
l'ordine mirabile
dei vigneti
i frutteti nella piana
fieri cipressi
schierati  
sui declivi                                                                                                                       
la maestosa farnia
nel campo di stoppie.
Ma non puoi sostare
corrente impetuosa
di macchine urlanti
costringe nell'asfalto
infido e fuggi
la massa che incombe.
Non ha volto
il suo mistero è sfida.
Felice viandante
d'altre stagioni!
Regolava il passo al ritmo
consueto della natura
per sentieri polverosi
viveva l'avventura
con ombre benigne
presenze umane.


A.Ferrin   1986

martedì 7 giugno 2016

I M P O S T U R A

                                        Impostura


"l'impostura è l'anima
 della vita sociale: il mondo
 è una lega di birbanti contro
 gli uomini da bene, e di vili
 contro i generosi".
            (Giacomo Leopardi)





 Leopardi ha ragione? Ha torto? Per alcuni è troppo rigido, per altri il suo pessimismo viene dalla sua
 esistenza infelice, o dall'essere un Poeta che sogna e idealizza bellezza e purezza, un  uomo e una  umanità perfetti, che tali non sono, nè potrebbero essere. 
 D'altra parte, tutti noi, in un soprassalto di buonismo a buon mercato, siamo disponibili ai buoni
 sentimenti, o a compiere gesti edificanti, e mai sottoscriveremmo l'affermazione del filosofo antico,  secondo il quale "l'uomo è fatto di fango e sterco".
 Invece le scienze umane, tutte, dall'antropologia alla biologia del mondo animale e vegetale dicono
 che Leopardi ha ragione.
 E' anche vero che i primi uomini usciti dalle caverne, hanno scoperto gradatamente di essere grandi  esperti nel "gioco delle tre carte", e si sono impegnati nell'escogitare e razionalizzare strutture e  sovrastrutture sempre più complesse per organizzare la loro vita sociale ma, a dispetto degli ingenui
 e dei pochi benintenzionati, la loro faticosa evoluzione e creatività non ha consentito loro di  affrancarsi dagli istinti animali primordiali, quali l'istinto predatorio, l'aggressività, e la volontà di  dominio, e perciò essi sono condannati alla perenne lotta per la vita, una vita in cui si perpetua il  dominio dell'uomo sull'uomo.
 E Dio, inconoscibile e imperscrutabile, forse osserva divertito da lontano il dibattersi di una umanità  brulicante che crede di sapere perché, e per chi vive. 

 Antonio Ferrin
 Riproduzione riservata

 Modena, 07/06/2016e

 

    





                                                                                                          



venerdì 20 maggio 2016

RITORNO A MUTINA



                                                     
                                                                 

Finalmente, al termine di un viaggio avventuroso, sono rientrato a Modena.
La via Emilia è inagibile per i ponti crollati e le strade sconvolte, così come la linea ferroviaria Bologna-Milano è fuori uso perché manca l'energia elettrica e i treni, bloccati sulla massicciata sono
ormai preda di disperati in fuga dalla città e in cerca di rifugio.
Mancano notizie di prima mano, ci si deve accontentare di "sentito dire" con tutto quanto ciò può
significare: i fatti certi sono pochi, ma sufficienti per descrivere una realtà ancora inimmaginabile  nei primi anni '80 del secolo scorso.
Dopo anni di degrado pubblico e privato, di ondate di immigrati provenienti da Africa, Medio-Estremo Oriente e addirittura Centro America, in presenza di una denatalità inarrestabile, la condizione geopolitica e umana del Continente è cambiata radicalmente: gli Stati nordeuropei sono riusciti a creare un "cordone sanitario" che li separa da quelli meridionali, con il risultato che l'Italia
con i suoi venticinque milioni di immigrati è ormai in mani extracomunitarie, la Francia ha lasciato la sua Provenza agli arabi e al Terzo mondo, e la Spagna, che infine era riuscita ad annettersi Gibilterra, ha fatto di questa un'eccellente porta di ingresso in Europa per le  popolazioni affamate provenienti dal centro e nord Africa, il Belgio è praticamente estinto: francofoni e fiamminghi sono tacitamente
controllati e amministrati da francesi e tedeschi.
La Germania, che già controllava i Fiamminghi, si è annessa  l'Austria, realizzando così il vecchio progetto Hitleriano, e ora presidia in forze il confine con l'Alto Adige.
La Svizzera, infine, dal marasma economico e sociale in cui è piombata l'Europa, ha tratto nuova linfa per la sua sopravvivenza, potenziando così il suo ruolo di storica cassaforte rifugio per i capitali di equivoca e dubbia provenienza, e per le immense risorse occulte vaganti nel mondo.
Le cause di tutto ciò sono ovviamente molto complesse e non univoche; prendiamo l'Italia, sempre priva di un vero potere pubblico accettato e rispettato dai cittadini, ma piuttosto in balia di fazioni
economico-politiche impegnate in lotte fratricide per spartirsi il "malloppo", è precipitata in un clima di corruzione diffusa e resistente a ogni azione moralizzatrice, azioni peraltro velleitarie e di pura facciata.
Determinante è stato anche il fallimento dell'Unione Europea, dove l'ideale forte e nobile di una Europa unita è stato sconfitto dagli egoismi di tutte le parti in gioco, dei forti contro i deboli.
Pertanto un'Italia allo sbando, con una classe politica incapace di reagire e organizzare una qualsiasi
autodifesa, e invece propensa a ricorrere a ogni mezzo lecito e illecito per trovare salvezza in qualche
isola felice, in anguste valli dimenticate da Dio e dagli uomini, o a rifugiarsi su palafitte sorte su acque incontrollate che si sono riappropriate dei loro antichi terreni.
Questi transfughi hanno allestito proprie milizie armate che compiono scorrerie in Modena e dintorni
in spregio di ogni legge di giustizia e umanità.
Dunque sono rientrato in città da nord, presso la Cittadella, e sono subito sgomento per le rovine
che intralciano il cammino, e penso subito con gioia alle mie figlie che con la madre sono al sicuro nell'alta Val d'ossola, con Maurizio e la sua famiglia.
Sono stremato dalla fatica e dagli stenti patiti, ma sono preso dal desiderio e curiosità di rivedere Modena, l'antica Mutina dei Romani.
Ho saputo che la più folta comunità di immigrati, di origine nordafricana, si è insediata nei quartieri medioevali, e che si appresterebbe a ripristinare una parte delle mura cittadine utili per la sua difesa;
in molti palazzi storici vive asserragliata ciò che resta della borghesia modenese protetta da soldati di ventura.
Molti facoltosi modenesi, sognando un'impossibile ritorno alle origini, hanno ripreso possesso delle loro Ville fortificate nel forese, e altri ancora hanno occupato le vecchie caserme dell'esercito italiano dismesse da moltissimi anni, e alle cui garitte di vedetta appaiono come fantasmi volontari armati che guardano strade deserte e mute: ma chi oserebbe avventurarsi in questa città, di notte, fuori dai rifugi e lontano da mura amiche?
In città sono numerose le moschee ricavate da chiese i cui campanili sono ora minareti che svettano sui borghi medioevali. Mi aggiro nei pressi dell' antico mercato coperto che, ampliato con l'annessione di molti negozi vicini, è ora un vero suk orientale pervaso dagli inconfondibili aromi e sentori di spezie e nel quale donne, uomini e bambini si muovono freneticamente in un vociare confuso e suoni inconsueti: sono i "barbari" che abbiamo tanto temuto e temiamo ancora, ci stupiamo della loro presenza fra noi, della naturalezza che mostrano nel disbrigare le nostre stesse occupazioni, e benché siamo ancora timorosi di tutto, sospettiamo ormai di essere tutti, autoctoni e nuovi venuti, barbari,
Vagando nelle strade strette a ridosso di Piazza Grande, ho constatato che il Duomo è intatto, come lo è l'Abbazia di San Pietro con le sculture del Begarelli, gli affreschi della sacrestia e il bellissimo chiostro delle colonne.
Altri cittadini si sono rinchiusi nel bunker mostruoso edificato dal Banco San Geminiano al tempo lontano e felice della dissipazione e della grandeur dei banchieri; questi cittadini si sono isolati in questa ridotta militare decisi a resistere a ogni costo, in attesa di un nemico sconosciuto del quale non si notano segnali.
I preti non sono scomparsi, ma si mimetizzano: indossano povere tuniche di sacco e chiedono
l'elemosina nelle case; nulla si sa del vescovo, cosa fa e dove si trova, mentre tutti sanno che il vecchio Papa Francesco, dimessosi nel 2019, si era trasferito nella Terra del Fuoco in Argentina, lasciando in Vaticano le sue vecchie scarpe ortopediche e il crocifisso pettorale di argento.
Sede papale vacante, nulla risulta dell'elezione di un nuovo Pontefice, ma si è al corrente di scontri durissimi nel Collegio Cardinalizio, e di fastosi balli sulla terrazza dell'attico del defunto Cardinale Bertone, balli ai quali si dice partecipino anche le donne ammesse al sacerdozio e dispensate dal nubilato, come i preti dal celibato.
Ma infine non risulta che in Italia e nel mondo vi siano richieste pressanti di una elezione papale "Hic et nunc", in altri termini non si correrebbe il rischio di una nuova "Viterbo".
Ma tornando a Modena, noto anche il degrado in cui versa il vecchio Direzionale 70, con le sue "vele" ridotte in ruderi tra i quali bivaccano nomadi e razziatori, frutto di un degrado inarrestabile.
Ma ciò che offende di più e ferisce, è l'abbandono in cui versa la città: la rete fognaria non raccoglie le acque reflue e quelle nere, le caditoie sono ostruite da detriti e non possono scaricare nelle grandi cloache sotterranee, ma più di ogni altra cosa, è insopportabile il lezzo della immondizia che, non raccolta, si accumula senza sosta nelle strade divenute discariche a cielo aperto; d'altra parte, l'inceneritore di via Cavazza è fuori uso per le ragioni dette prima, e non può quindi smaltire la collina di rifiuti che diventa sempre più montagna.
Insomma, è saltata la rete di istituzioni e servizi indispensabili perché la città possa vivere civilmente, ma temo che nessuno, oggi, si ponga questo problema, poiché tutti vorrebbero almeno sopravvivere, nonostante tutto e  tutti.

Antonio Ferrin
riproduzione riservata

Modena 19 Maggio 2016




lunedì 9 maggio 2016

SULLA STRADA



                                                            SULLA STRADA




Mi reco all'Ospedale di Vignola per visita di controllo dopo l'intervento chirurgico: l'appuntamento
è fissato per le 15,30, ma ho deciso di partire in corriera questa mattina perché non ho voluto
coinvolgere e impegnare le mie figlie e un amico che si era detto disposto ad accompagnarmi laggiù.
Così sono andato in Autostazione, un luogo anonimo e anche fatiscente, è da moltissimi anni che non
utilizzo questo mezzo e ne ho un ricordo molto lontano nel tempo.
La memoria mi riporta agli anni '50, gli anni del Collegio, quando si partiva per le vacanze estive o per le istruttive visite turistiche in Italia, e sono indimenticabili i lunghi tragitti necessari per giungere
in Trentino, e memorabile la nausea da mal d'auto che colpiva noi ragazzi quando la corriera percorreva la tortuosa Gardesana orientale o i tornanti delle valli alpine.( A quel tempo non c'erano Autostada del Sole, né Autobrennero!)
E non escludo che nausea e malesseri vari fossero provocati dall'odore nauseabondo di cui erano
impregnate le corriere dove, peraltro, non era vietato fumare.
Ma ora sono in attesa della Corriera che mi porti a Vignola: la sala è animata dai passeggeri in
partenza per le varie destinazioni, passeggeri che rappresentano plasticamente la composizione sociale
del "viaggiatore tipo" che non ha la macchina e si affida al mezzo pubblico, e testimoniano anche la stratificazione di tipo economico: tra essi gli extracomunitari e gli immigrati prevalgono.
Come è mia abitudine, sono disponibile alle nuove esperienze perché sono curioso di quanto mi accade
intorno, e sono felice quando infine posso salire in corriera dove, per fortuna, occupo il posto libero
accanto a una ragazza molto carina.
Già questo incontro fortuito mi permette di ricredermi circa molti "luoghi comuni" di cui siamo vittime, più o meno consapevolmente: ciò è dovuto alla nostra vita sociale "appartata", in gruppi chiusi, privi di comunicazione e scambi, e ciò conduce al pregiudizio e al timore dell'altro.
Non si comunica con i giovani, e allora questi diventano strani, oggetti misteriosi, perché noi adulti
abbiamo dimenticato la nostra gioventù, diffidiamo degli immigrati e li guardiamo con sospetto, ma sono solamente diversi da noi, come lo siamo noi per loro.
Insomma la diversità, le diversità sono una peculiarità del mondo animale, mondo di cui siamo parte
a pieno titolo.
Ma devo dire che qualcosa accomuna giovani e meno giovani, italiani e stranieri, belli e brutti, ricchi
e poveri: la mancanza delle buone maniere, del rispetto di regole di comportamento civile nei luoghi
pubblici e con la cosa pubblica e con ciò non intendo generalizzare.
Ma la ragazza che siede al mio fianco è perfetta, corretta nei modi e nel linguaggio, quasi timida e pudica al punto che molti suoi coetanei potrebbero definirla "nata vecchia".
Per il resto quasi tutti i viaggiatori sono immersi nei loro I Phone, Smart e video, e non si curano d'altro, parlano a voce alta ( in ciò si distinguono i neri), salgono a bordo sprovvisti di biglietto con
una disinvoltura che sfiora la prepotenza, ( in questo si distinguono gli arabi) e perciò non dovrei sorprendermi quando nei pressi di San Vito sale a bordo una pattuglia di 4, quattro controllori.
Infatti, al mio stupore, il conducente afferma che ciò è necessario perché i gruppi di "portoghesi" colti
in fallo spesso reagiscono aggredendo il personale dell'azienda di trasporti.
Distratto dalla mia passione per la ricerca sociale, mi sfugge in parte la visione della campagna di
Vignola in pieno sole, ancora punteggiata di ciliegi in fiore, una terra lussureggiante, molto ricca, che qui diventa sempre più mossa da balze che guardano l'Appennino che incombe.
Ma eccomi in Ospedale a Vignola, vado subito in Chirurgia dove invano spero di rivedere i due
novantenni che ho lasciati agonizzanti.
E' tutto molto triste, ma è anche preoccupante che io cerchi di essere sempre vicino alla morte, che mi aggiri comunque nei suoi paraggi.


Antonio Ferrin

Modena 6 Maggio 2016