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libreria di zurau

venerdì 31 dicembre 2021

31 DICEMBRE

Ultimo giorno del 2021: la giornata è luminosa, il cielo terso e un'aria gelida che sferza il viso e così mi affretto a rientrare nel mio bilocale. Non avverto differenze significative rispetto alla fine 2020, come allora sono solo e mi appresto a viverla in tono dimesso, e d'altra parte siamo tutti condizionati dalla pandemia da Coronavirus che ci farà compagnia non si sa per quanto tempo ancora.                            Cerco di applicarmi nella lettura e in qualche spettacolo televisivo; è una singolare circostanza che questa mattina abbia visto la storia di Madre Teresa di Calcutta, dopo avere visto ieri il Gesù di Nazareth di Zeffirelli, e la Messa natalizia celebrata dal Pontefice.                                                              Non nascondo la delusione e la mia indifferenza per la cerimonia religiosa, mentre invece apprezzo la storia di Madre Teresa, e non c'é contraddizione: infatti queste proposte spettacolari dimostrano che la fede produttrice di fatti concreti è più credibile rispetto a quella "predicata" e non praticata.                      Le immagini di Madre Teresa fra i più poveri, i malati e i lebbrosi sono più che eloquenti : nella sua opera ha dimostrato di praticare la sua fede in grado eroico, e a tal punto da emozionare scettici e agnostici. Penso che il suo operato sia la riprova che l'azione più meritoria che noi uomini possiamo compiere sia l'aiuto al nostro prossimo, in altre parole di mostrare e praticare pietas e solidarietà.            In realtà non è questione di fede, ma piuttosto di un principio che riguarda ogni religione, filosofia e ideologia in modo trasversale, insomma l'umanità e il suo destino.                                                        Non siamo onnipotenti anche se  spesso lo crediamo e siamo perciò preda del delirio di onnipotenza che ci induce all'arbitrio e alla violenza verso il prossimo : tutto ciò perché dimentichiamo da dove veniamo (la foresta) e che il grumo di istinti primitivi ribolle ancora dentro di noi come magma nelle viscere del vulcano. 

A.Ferrin                                                                                                                                                          modena, 31/12/2021                  

domenica 26 dicembre 2021

25 DICEMBRE 2021

Anche quest'anno, con grande mia sorpresa, è arrivato Natale: a Febbraio scorso non pensavo che "avrei mangiato il panettone a Natale". Invece sono ancora qui, ho ricuperato dal ripostiglio la mangiatoia con il bambino paffutello, il bue e l'asino, i genitori del neonato, e infine l'unica pecorella sopravvissuta alla decimazione provocata da traslochi e rotture varie.                                                                                Ora mi sorprendo davanti alla mangiatoia per accendere un lumino, cosa mai fatta prima, se non in anni lontani quando questa festività aveva più solennità e trasmetteva emozione, ma troppa acqua è passata  sotto i ponti: siamo assuefatti alla perdita di atmosfere che la vita moderna ha diradate o inaridite.      Ieri sera ne ho avuto riprova: mi sono imbattuto nella Messa di Natale celebrata dal Pontefice in S.Pietro e ho rivisto la mia vita di ragazzo entusiasta e fiducioso proiettato in una realtà ideale, troppo ideale per essere verosimile e raggiungibile.                                                                                                La religiosità di queste feste è ormai superata dalla laicità sempre più diffusa, e la stessa cerimonia ora trasmessa è una recita stanca, le parole inadeguate e ripetitive: il tutto mostra l'istituzione della Chiesa sulla difensiva, impegnata in una lotta di retroguardia.                                                                    Capisco peraltro come il messaggio cristiano di oltre 2000 anni orsono potesse allora apparire nuovo e rivoluzionario; ora invece restano gli aspetti più esteriori, gli orpelli della tradizione, del costume e della cultura, tuttavia non nego che ancora oggi la narrazione del bimbo ignudo nella stalla tra il bue e l'asinello, creatura fragile accudita da genitori ansiosi, possa colpire l'immaginario collettivo che ben conosce la povertà e la lotta per la sopravvivenza, esperienza che da sempre accomuna donne e uomini. 

A.Ferrin                                                                                                                                                          modena, 25/12/2021

venerdì 24 dicembre 2021

UNA VITA NORMALE


Enea Spada fermò la vettura in via delle Ginestre, proprio davanti al portone, uno dei rari casi in cui trovò lo spazio per parcheggiare agevolmente.
Era stanco, quasi distrutto dal lungo viaggio: terse il sudore che imperlava la fronte e si apprestò a
scendere dalla macchina, pregustando una lunga doccia e l'accoglienza gioiosa di Flora, sua moglie.
Raccolse gli effetti personali sparsi sui sedili, li stipò nella borsa e dal baule posteriore prese la piccola confezione di carta dorata che aveva acquistato a Lugano.
Finalmente si staccò dalla macchina, si diresse al portone di ingresso e allora gli parve che la fatica scemasse, che il peso che gravava sulle spalle fosse quasi impercettibile grazie all'euforia che lo dominava, così come non pensava ormai alle estenuanti trattative che aveva condotto a Zurigo e Lugano e alla tensione accumulata nell'interminabile viaggio in autostrada fino a Firenze.
Cercò di liberare la mente dalle scorie del lavoro e aprì il massiccio portone di ingresso nel palazzotto anni 30 di Oltrarno, il portone era sormontato da un tabernacolo votivo con una Madonnina policroma, imitazione delle maioliche Della Robbia.
La costruzione, solida e dalle linee semplici, aveva una base di leggero bugnato e si elevava di 4 piani fuori terra, limitati alla sommità da un'elegante loggia; in origine sprovvisto di ascensore, questo era stato aggiunto da pochi anni dopo liti e scontri fra i condomini.
Entrò nell'androne, si avviò alla porta dell'ascensore che le luci indicavano al piano, e la porta automatica si aprì.
Enea Spada si fermò e non si mosse, quasi statua di marmo, come di alabastro traslucido era la pelle
del viso per il suo pallore, e tale era la sua fissità che non una vibrazione, né un tremito della pelle segnalava che sangue fluisse nel suo corpo.
In seguito non seppe precisare il tempo che restò immobile e terrorizzato alla visione che gli era
apparsa allo schiudersi della porta dell'ascensore: le due ante si erano aperte lentamente come
due lembi di un sipario sontuoso sulla scena pronta per animarsi.
Ma la scena rappresentava solamente morte e sangue: la donna, bella e bionda, lorda  del sangue schizzato sulle pareti a specchio dell'ascensore, era distesa sul fondo in una posa scomposta e grottesca, adagiata sulla schiena e le gambe divaricate poggiate sulla parete opposta a quella d'ingresso, la gonna leggera era scesa per gravità fino all'inguine, e il tutto era una macchia di sangue,
non resse quella visione e distolse lo sguardo.
Enea, professionista di successo della Brandimarte , sicuro di sé e dotato di grande capacità lavorativa nel lavoro e nella vita privata, avvertì la fragilità del suo essere e precipitò in uno stato di totale estraneità e alienazione.
Ma subito si riebbe dallo stordimento e cercò di riordinare le idee: avrebbe voluto fare una bella doccia e abbracciare Flora, e invece era alle prese con un cadavere di donna, e che donna, offesa e sfregiata; barcollando si diresse alle scale per raggiungere l'appartamento al terzo piano: l'ascesa fu faticosa, era svuotato di energie e a ogni passo pensava, ma è tutto vero? Accade qui, in via delle Ginestre? L'ultima cosa cui pensò, fu di precipitarsi al telefono e chiamare tutte le polizie disponibili.
Giunse infine alla porta blindata, suonò ripetutamente, ma Flora non si mosse, e si decise a usare la propria chiave.
Entrando riconobbe subito l'atmosfera familiare, il profumo inconfondibile di Flora e gli aromi delle
essenze da lei diffuse negli ambienti.
Ma Flora non c'era. sulla lavagnetta in cucina aveva vergato un messaggio con il gesso: ciao amore,
torno presto.


Era disorientato, l'appartamento deserto, Flora assente, e lo spettacolo nell'ascensore che scorreva ancora davanti agli occhi; sperò di avere sognato, di aver vissuto un incubo, che fosse impazzito, si
toccò per accertarsi di essere presente a se stesso, tentoni frugò le varie stanze e, quasi non sapesse orientarsi nel suo spazio, ne sfiorava anche gli arredi.
Si abbandonò nella sua poltrona e sperò che un sonno provvidenziale lo allontanasse dalla realtà, ma Morfeo non lo aiutò, e invece dai piani della casa giunse il suono ripetuto e molesto di un allarme, quello dell'ascensore, nonché il trillare dei campanelli delle abitazioni.
Dalle scale proveniva il concitato tramestio di passi e voci confuse, eccitate, anzi allarmate, e così
Enea decise di partecipare alla rappresentazione: ficcò la testa sotto un getto di acqua fredda, si asciugò sommariamente, uscì nel vano scale e ne discese alcune rampe, dirigendo al punto da cui
veniva il clamore.
L'ampio ingresso del palazzo era affollato di condomini curiosi, la Scientifica era già al lavoro, ma niente si riusciva a vedere della scena in prossimità dell'ascensore, peraltro isolato da una transenna:
si notava solo l'andirivieni di carabinieri in tuta e guanti bianchi, con valigette metalliche, che procedevano a misurazioni e fotografavano, quindi disponevano cartelli segnaletici numerati, il tutto alla presenza del Procuratore e di alcuni ufficiali dell'Arma, tutti assediati da alcuni cronisti di giornali locali.              
Ora i condomini presenti erano in spasmodica attesa e, spinti dalla morbosa curiosità di "guardare", indagare i dettagli più truculenti della scena del delitto, volevano vedere, essere testimoni di un fatto di cronaca nera di quella gravità: non capita tutti i giorni di essere così vicini, quasi precipitati in una realtà criminosa e perciò provare la tensione e l'emozione di sentirsi anche protagonisti.
Così parlottavano a bassa voce, forse nessuno aveva visto, ma tutti sussurravano una loro versione:
chi aveva visto un cadavere, chi un uomo, chi una donna, chi due cadaveri, uomo o donna non sapeva. E in ogni caso, il cadavere o i cadaveri erano per tutti degli sconosciuti.
Enea Spada, tra i presenti era stato il solo, primo fra tutti, a scoprire il crimine, ma se ne stava in disparte, molto discretamente annuiva alla verbosità degli altri e intanto pensava a Flora sua moglie:
dove si era cacciata? Gli Ufficiali dell'Arma identificarono i presenti controllandone i documenti e
alcuni di essi, pur non richiesti, pensarono di dovere giustificare la loro presenza, poi gli inquirenti vollero che i condomini osservassero la scena del delitto e chiesero loro se conoscevano la morta, ma tutti negarono, anche sdegnati; in ogni caso furono invitati a tenersi a disposizione.
Spada mostrò i propri documenti, risalì le scale per rientrare nel suo alloggio, ma l'operazione gli
costò molta fatica, si aggrappò al corrimano sul quale faceva leva per ottenere la spinta necessaria.
Enea, assopito sul divano, impiegò alcuni minuti prima di avvertire il suono ripetuto del telefono, infine rispose e la voce di Flora, la sua bella voce, lo investì: ma perché non rispondi? Egli farfugliò poche parole confuse, ma quando realizzò che sua moglie era all'altro capo del filo, si scosse e rispose: Flora, torna subito a casa, non posso spiegarti ora, guarda che l'ascensore è fuori uso e dovrai
usare le scale, ciao ti aspetto.
Nel frattempo il medico legale aveva constatato la morte e proceduto a una prima, sommaria esplorazione del corpo, sostenne che non era completato il processo di "rigor mortis", e si lasciò sfuggire che la donna poteva avere 35/40 anni.
Pertanto la Procura autorizzò la rimozione del cadavere, ne fu disposta l'autopsia per individuare causa e modalità della morte e DNA, e dispose per i presenti e gli assenti del palazzo, la raccolta  dei reperti utili per accertarne il DNA. L'inventario degli oggetti rinvenuti sulla scena del delitto e sul corpo della donna era meticoloso e stilato dai funzionari della Giudiziaria: c'era la borsetta della
donna, non dozzinale né particolarmente elegante ( secondo il tecnico avvezzo a manipolare reperti, era una buona eco-pelle), al suo interno, una busta dello stesso materiale con il solito armamentario
che ogni donna utilizza per ritoccarsi il trucco, "per incipriarsi il naso", infine  un portachiavi in pelle e una boccetta di profumo molto noto.
Nessuna traccia di documenti personali, né di telefoni portatili.


L'uomo si distese ancora sul divano, attese che Flora rientrasse e ripensò alla giornata ormai trascorsa
che gli aveva riservato grandi sorprese e forti emozioni: aveva sempre evitato la frequentazione di
Camere Mortuarie, anche per rivedere parenti o amici deceduti, e questo da quando, durante il servizio di Leva svolto a Vicenza nella Caserma Ederle presso la Base Americana di quella città,
era stato suo malgrado protagonista di un  episodio macabro: nella città vivevano due suoi zii anziani, Amalia e Giuseppe, e quest'ultimo era così malato che la sua dipartita non sorprese più di tanto.
La zia Amalia e i figli gli chiesero di partecipare alla veglia funebre nella camera mortuaria, egli si
prestò a iniziare la veglia, ma riteneva, forse ingenuamente, che il suo turno sarebbe stato breve, e che
presto sarebbero subentrati i figli del morto e invece Enea attese invano per ore.
Si ritrovò solo, in una camera esagonale angusta rivestita di marmi pregiati in cui, dall'alto, finestrelle con vetri istoriati filtravano una luce giallognola e al centro, sulla pesante lastra di porfido, era deposto il corpo dello zio Giuseppe.
Nessuno dei suoi cugini, né le zie lo raggiunsero nella camera della veglia e così un certo turbamento si insinuò nell'animo di Spada; sulle prime non pensò fosse paura, ma la visione continua e obbligata
del morto alimentava timori sempre più incontrollabili.
Il soldato Enea vestiva la divisa invernale, ma l'ambiente, che lo conteneva come un loculo di marmo,
il viso eburneo di Giuseppe, già rigido che pareva scolpito, tutto aumentava il gelo che penetrava nelle ossa.
L'uomo era abbattuto, ma accettò il fatto quasi fosse comandato a una guardia d'onore, e d'altra parte
non volle lasciare lo zio da solo, disteso sul marmo: da quel momento, a lungo gli parve di fiutare l'odore pungente della formalina diffusa nell'ambiente.
Il giorno seguente fu chiarito l'equivoco: nessuno aveva chiesto la veglia notturna al defunto.


Il rumore dello scrocco alla porta lo distolse da pensieri molesti, e vide Flora precipitarsi sul divano
e abbracciarlo.
Ma cosa è successo? l'ascensore è posto sotto sequestro dalla Procura! Era trafelata e affannata per i tre piani fatti a piedi, Enea raccontami tutto; Spada attese che Flora respirasse, e quindi, cercando di controllare le emozioni, le parlò dell'accaduto, e sul viso della moglie notò espressioni di incredulità
mista a terrore, di stupore e quello sguardo tutto particolare di chi non capisce, o non riesce a realizzare che l'orrore sia stato e sia così vicino alla loro vita: pensava, come tutti i comuni mortali, che la cronaca nera toccasse sempre gli altri, gli sconosciuti sempre più lontani, comunque fuori
dal proprio orticello, e ciò, mentre aumentava la percezione di sicurezza personale, nello stesso tempo consentiva di osservare la vita dei propri simili con il distacco necessario per dare sfogo alla
curiosità più morbosa.
Enea Spada disse tutto a Flora: che sarebbero stati convocati in Procura come tutti i condomini per
deporre, e qui la moglie: anche io? Ho detto tutti i condomini, tu non ne sei parte? E Flora di rimando: allora dobbiamo prepararci, rivolgerci a un'avvocato, magari al tuo amico Marco del
Galluzzo, sì, mi riferisco a Innocenti.
Il marito non voleva essere precipitoso, e cercò di placare l'ansia della moglie: ma cosa abbiamo da temere? Questo è il normale iter, e noi saremo ascoltati solo perché abitiamo nel palazzo del misfatto,
e qui Enea non disse, non volle dire alla moglie di essere stato, forse, il primo a vedere la scena del
delitto, cosa che aveva taciuto anche agli inquirenti, e per il buon motivo che spesso i testimoni sono, per deformazione professionale degli stessi Carabinieri e Poliziotti, i primi, o tra i primi, a essere messi sotto torchio, e cronaca e letteratura erano zeppe di casi esemplari: egli voleva solamente non essere invischiato in situazioni kafkiane.


Infine l'uomo propose a Flora di cenare nel loro solito locale, l'osteria il Milione sulla via di Giogoli: pensava così di attenuarne la tensione, di farle vivere una serata come le molte che in passato avevano trascorso sui colli sopra il Galluzzo.
L' Osteria era posta in posizione felice perché dall'alto offriva la visione della Firenze notturna in cui spiccava la Cupola del Brunelleschi e i Lungarni illuminati disegnavano il corso del fiume;
imboccarono dunque dalla Porta Romana la via di Giogoli, e anche quella sera, come di consueto, Flora accennò ai fatti di sangue attribuiti al cosiddetto "mostro di Firenze", una catena di efferati delitti compiuti da una o più persone in luoghi appartati di quelle colline, ma secondo Enea non era il momento opportuno per rievocare quei fatti, anche perché ora, nel loro palazzotto piccolo borghese pulito e ordinato, c'era un ascensore trasformato in mattatoio.
La cena era al lume di candela, sotto il pergolato protetto da un castagno sul pendio della collina incorniciata da un filare di cipressi; Enea aveva chiesto espressamente di potere trascorrere una serata speciale con la moglie, e tutto sembrò rispondere alle aspettative: il menu ricercato, il vino raro, la leggera brezza che da vigneti e uliveti recava aromi di terra e sfalcio d'erbe, fece sì che Enea e Flora si guardarono a lungo, in silenzio negli occhi, poi lui l'accarezzò, lei pose il capo sulla sua mano, si baciarono, e l'uomo riuscì a porgerle il piccolo incarto dorato: lei lo aprì delicatamente e scoprì un
prezioso cammeo blu con le Tre Grazie, sorrise e lo baciò ancora.


Con un cenno di intesa, andarono alla cassa e risalirono in macchina dirigendo verso casa; in via delle
Ginestre parcheggiarono e si diressero all'ingresso. Si era creata fra i due una tensione tangibile, ma positiva, una carica elettrica fatta di emozioni e aspettative alimentate da un desiderio indomabile, e promessa di estasi come di giovani amanti.
Le ripetute assenze dell'uomo, dovute alla professione che lo portava nel Nord Italia , unite all'apatia e nostalgia della donna per i figli non nati, erano causa dei rapporti sessuali sempre più rarefatti, e nella notte si amarono come non accadeva da tempo.
Il mattino seguente i condomini furono convocati alla spicciolata presso la Procura, a disposizione del
Magistrato, furono ascoltati i 16 coniugi abitanti del palazzo con un ordine stabilito: iniziarono coi Pacini, poi i Baldi, i Martelli, Ciampi, Biondi, Fabbri, Barbieri, Baroni, Ferrari, Pratesi, Rossi, Gori,
Mancini, Cappelli e infine Spada con la moglie Cioni.
La procedura fu la medesima per tutti: alcuni si sbrigarono in fretta, altri, che ritenevano si trattasse
di una semplice formalità, furono intrattenuti più a lungo, e coloro che non si erano ancora sottoposti al test DNA, lo fecero, come Flora Cioni, assente nel momento del rinvenimento del cadavere.
A tutti il Magistrato mostrò più istantanee del cadavere, ripulito e composto, riprese nel reparto
refrigerato della camera mortuaria.
Donne e uomini uscirono dall'ufficio: alcuni stralunati e lo sguardo assente, altri erano forzatamente
disinvolti, ma non riuscivano a controllare del tutto l'emozione, e altri ancora erano più capaci di
darsi un contegno; infine Enea e Flora, mano nella mano, lasciarono l'ufficio degli inquirenti: Flora era evidentemente turbata e il marito la teneva stretta a se.
La vicenda della donna sconosciuta assassinata nell'ascensore della città fece scalpore ed ebbe una risonanza clamorosa in tutta Italia, e nel palazzo d'Oltrarno turbò la quiete dei suoi abitanti i quali, avvezzi alla vita di piccoli borghesi, si videro precipitati in una realtà sconosciuta, quasi spinti sul proscenio e, loro malgrado, mettere a nudo le parti più segrete della loro vita.
E tuttavia tutto ciò ebbe l'effetto di accentuare la "socialità fra i condomini" che, vuoi per l'insicurezza dei più e il conseguente bisogno di fare gruppo, si frequentarono e approfondirono la conoscenza reciproca.
Era un continuo invitarsi e ospitarsi tra i vari piani, il palazzo si trasformò in un piccolo alveare.
Nel frattempo le indagini seguirono il loro corso: i Carabinieri fecero ulteriori sopra luoghi negli appartamenti, chiesero delucidazioni e dettagli apparentemente insignificanti, ma era chiaro che lo
facevano in base a precise ipotesi investigative, e con metodo scientifico frutto di una lunga esperienza.
E nel condominio fioccavano le ipotesi e le ricostruzioni più inverosimili ; chi più chi meno, molti si scoprirono, e improvvisarono, novelli Maigret, mostrando un'inventiva e creatività senza fine.
Tutto sembrava rientrato nella normalità, ma le indagini segnavano il passo: non un sospetto fermato,
non un avviso di garanzia, e già serpeggiavano tra la gente, che voleva il mostro in prima pagina, malumore e delusione per l'operato della Magistratura.
Enea Spada, per alcuni giorni volle stare vicino a Flora. La donna era stata a dir poco scossa dal delitto di via Ginestre, ma poiché mostrava di aver superato lo shock, (e infatti se ne parlava molto meno), il Funzionario della Brandimarte ricominciò le sue peregrinazioni nel Nord Italia, la moglie invece riprese la vita di sempre, la cura della casa, gli aperitivi con le amiche e occasionalmente la ricerca di gratificazione in qualche negozio di moda femminile.
Così ogni cosa sembrò ritornare nell'alveo della normalità in via delle Ginestre, dove normalità significava vivere la quotidianità come fatica di vivere, giorno dopo giorno, nell'illusione e desiderio di potere un giorno essere felici, ma alcuni rimpiangevano la bolla fittizia di una realtà virtuale creata dal delitto, realtà grazie alla quale avevano avuto la visione fugace della verità sulla natura umana, la sua ferocia e la morte.


Infine il lavoro oscuro ma tenace degli inquirenti ebbe risultati clamorosi: fu individuata la vittima
dell'ascensore, tale Esmeralda Crucetti; abitava in un vecchio Fondo in Santa Croce, donna bella e di
condizione agiata, ma perché fosse stata  massacrata nell'ascensore di un palazzotto borghese d'Oltrarno, parve subito un garbuglio inestricabile, ma le tracce biologiche raccolte erano numerose,
furono ripetuti controlli e riscontri sui reperti disponibili, riconvocati in Tribunale alcuni inquilini, e di fronte al magistrato si ritrovarono anche i coniugi Spada.
Questa volta però, Enea pensò bene di farsi assistere dall'amico avvocato Marco Innocenti, così
Flora sembrò rasserenata, e insieme si recarono in Tribunale a Novoli, il nuovo tribunale di Firenze,
modernissimo e imponente che incuteva timore, un'immagine della Giustizia come potere granitico e incombente; nel labirintico edificio furono introdotti alla presenza del Sostituto Procuratore incaricato.
Il dott. Cutolo chiarì i termini della procedura quindi, mostrando le fotografie della donna, peraltro
già apparse sui giornali e in televisione, chiese ai coniugi se la conoscessero. 
Enea Spada scrollò il capo per negare, come fece sua moglie Flora, ma subito il Magistrato si rivolse
ancora alla donna: ma signora Cioni, sugli effetti personali e sul corpo della Crucetti sono state
individuate tracce che sono perfettamente compatibili con il suo DNA signora Flora, così come sono
state rinvenute nell'appartamento della Esmeralda...lei conosceva la Cioni Esmeralda?
Flora non disse nulla, guardò il marito e impallidì. Gli occhi si gonfiarono di lacrime e disperazione,
fissò ancora Enea, l'amico Marco e il Procuratore, quindi, quasi sussurrando, con calma glaciale confessò: minacciava di dire tutto a mio marito, di distruggere il mio matrimonio, e io non potevo permetterlo. 

A.Ferrin 

giovedì 23 dicembre 2021

CONSUMISMO

Ho fatto i miei buoni propositi in prossimità delle festività di fine anno, propositi che si riducono all'intenzione di ridurre all'osso gli acquisti di cibarie e regalie varie. E' un proposito lodevole che penso sia di molti consumatori, ma non so quanti di essi riescano a essere coerenti quando sono catturati nel  vortice del consumismo. Questo vortice si alimenta e cresce indipendentemente dalla nostra volontà: è il meccanismo della produzione di beni per il mercato in cui siamo immersi e in cui interagiamo con la  nostra umanità; siamo macchine da alimentare, spesso dobbiamo combattere per avere il necessario e,  una volta raggiunto, scopriamo nuovi bisogni, quelli voluttuari.                                                               E' il ciclo produzione-consumo alimentato dalla necessità e dal profitto, utilizzando gli strumenti che la società moderna, ovvero il Sistema, richiede.                                                                                          Ma sorge il problema della sostenibilità del Sistema: la nostra Specie (quella che noi riteniamo la più progredita) è insaziabile, drena risorse immense sottraendole ai meno fortunati, o alle altre Specie, e così modifica l'ecosistema con il  rischio di pregiudicarne la vivibilità.                                                  Ma tornando al Consumismo, ho negli occhi le immagini delle mie ultime visite in un Supermercato; nonostante la pandemia di Coronavirus e sue varianti, le folle assediano i mercati che nulla hanno a spartire con le antiche Provvide Alimentari, dove il popolo si recava per pane, pasta e farina, alimenti base di sussistenza in ogni stagione e ora quasi dimenticati.                                                                        Torme di cittadini, obbedendo all'istinto ancestrale insopprimibile della ricerca di cibo, accentuata da paura e insicurezza, assediano questi mercati come marosi violenti, aggrediscono le scaffalature che lasciano vuote quando si ritirano come risacca stremata.

A.Ferrin                                                                                                                                                          modena, 23/12/2021 

martedì 21 dicembre 2021

NOTTURNO

 



Un sogno complesso e confuso mi ha risvegliato alle due della notte: ero preda di uno stato di ansia e timore; accesa la luce, ho riguardato la stanza e gli oggetti: tutto in ordine e il silenzio della notte violato solo da alcune auto dirette in Piazza Risorgimento.
Perché dunque questo risveglio causato da paure indefinite, e perciò anche più inquietanti?
Non voglio lambiccarmi il cervello oltre misura, cerco di rilassarmi, mi alzo per bere sperando che questo rituale funzioni e che possa riprendere il sonno interrotto.
Niente da fare, mi giro e rigiro nel letto ma sono sveglio come un grillo.
Allora mi alzo, mi infilo pantaloni e giacca sul pigiama, indosso scarpe da tennis. esco sul ballatoio e scendo le scale diretto al portone della casa.
Non sono abituato a queste uscite estemporanee, e infatti affronto il cortile e la via deserta guardingo
e attento a ogni ombra e fruscio, ma anche intorpidito dal freddo di dicembre inoltrato.
All'altezza del 51, nell'androne di un vecchio palazzo, c'è il fagotto informe di un barbone, e accovacciato al suo fianco un cane pastore che solleva la testa senza fiatare; pochi passi ancora e mi
addentro nel Vicolo Scuro dove luminarie festive ammiccano ancora e un gazebo in legno è deserto,
sembra deserto ma non lo è: alcune sedie di plastica sono impilate e assicurate con una catenella alla paratia, poco discosti una sedia e un tavolino dove siede una giovane donna.
Lei indossa un cappello rosso a larghe falde, un pellicciotto bianco e aspira nervosamente da una sigaretta, il mio passo è subito meno rapido e mi fermo a guardarla, forse troppo ostentatamente, mi rivolgo a lei con ironia e un sorriso che vuole essere amichevole: non ha freddo? Lo sa che fumare a
quest'ora fa più male? La butto lì per provocare o per disperazione, e lei risponde sorridendo: perché
non dici che fa male stare da soli, che la solitudine fa male?
E con uno scatto getta la sigaretta ancora a metà, ne sfila un'altra dal pacchetto e mi indica la sedia vicina; stordito dal "tu" inatteso, mi avvicino al tavolino e siedo al suo fianco.
E' molto bella, per usare un'espressione abusata, ma è la verità: sotto le falde del cappello e dal pellicciotto spunta un viso aggraziato, sulla fronte cadono ciocche di capelli biondi, gli occhi
sono d'ambra, bocca e labbra un disegno perfetto, e le gote di rosa che sembra una bambola biscuit.
Cerco di riprendermi per realizzare che la donna, proprio quella che ho di fronte, mi ha invitato
al suo tavolo, e dopo alcuni convenevoli, mi parla ancora con disinvoltura quasi mi conoscesse da
sempre e ci fosse fra noi intimità; la osservo mentre i colori ritmati delle luminarie fanno il suo viso
cangiante e luminescente.
E con lo sguardo sognante mi dice: sai cosa vorrei questa notte? Non lo so, dimmi, e lei: vorrei distendermi sul letto e riposare mentre tu, per me, vai a cercare due dozzine di ostriche, una magnum di spumante e una rosa rossa.
Io, sulle prime, non penso alla singolarità della richiesta e alle difficoltà per esaudirla, ma piuttosto all'idea fantastica e fantasiosa promessa di evasione gratuita e felice dal grigiore quotidiano.
A.Ferrin

RITORNO A MUTINA

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            

La via Emilia è inagibile per i ponti crollati e le strade sconvolte, così come la linea ferroviaria Bologna-Milano è fuori uso perché manca l'energia elettrica e i treni, bloccati sulla massicciata, sono
ormai preda di disperati in fuga dalla città e in cerca di rifugio.
Mancano notizie di prima mano, ci si deve accontentare di "sentito dire" con tutto quanto ciò può
significare: i fatti certi sono pochi, ma sufficienti per descrivere una realtà ancora inimmaginabile  nei primi anni '80 del secolo scorso.
Dopo anni di degrado pubblico e privato, di ondate di immigrati provenienti da Africa, Medio-Estremo Oriente e addirittura Centro America, in presenza di una denatalità inarrestabile, la condizione geopolitica e umana del Continente è cambiata radicalmente: gli Stati nordeuropei sono riusciti a creare un "cordone sanitario" che li separa da quelli meridionali, con il risultato che l'Italia
con i suoi venticinque milioni di immigrati è ormai in mani extracomunitarie, la Francia ha lasciato la sua Provenza agli arabi e al Terzo mondo, e la Spagna, che infine era riuscita ad annettersi Gibilterra, ha fatto di questa un'eccellente porta di ingresso in Europa per le  popolazioni affamate provenienti dal centro e nord Africa, il Belgio è praticamente estinto: francofoni e fiamminghi sono tacitamente
controllati e amministrati da francesi e tedeschi.
La Germania, che già controllava i Fiamminghi, si è annessa  l'Austria, realizzando così il vecchio progetto Hitleriano, e ora presidia in forze il confine con l'Alto Adige.
La Svizzera, infine, dal marasma economico e sociale in cui è piombata l'Europa, ha tratto nuova linfa per la sua sopravvivenza, potenziando così il suo ruolo di storica cassaforte rifugio per i capitali di equivoca e dubbia provenienza, e per le immense risorse occulte vaganti nel mondo.
Le cause di tutto ciò sono ovviamente molto complesse e non univoche; prendiamo l'Italia, sempre priva di un vero potere pubblico accettato e rispettato dai cittadini, ma piuttosto in balia di fazioni
economico-politiche impegnate in lotte fratricide per spartirsi il "malloppo", è precipitata in un clima di corruzione diffusa e resistente a ogni azione moralizzatrice, azioni peraltro velleitarie e di pura facciata.
Determinante è stato anche il fallimento dell'Unione Europea, dove l'ideale forte e nobile di una Europa unita è stato sconfitto dagli egoismi di tutte le parti in gioco, dei forti contro i deboli.
Pertanto un'Italia allo sbando, con una classe politica incapace di reagire e organizzare una qualsiasi
autodifesa, e invece propensa a ricorrere a ogni mezzo lecito e illecito per trovare salvezza in qualche
isola felice, in anguste valli dimenticate da Dio e dagli uomini, o a rifugiarsi su palafitte sorte su acque incontrollate che si sono riappropriate dei loro antichi terreni.
Questi transfughi hanno allestito proprie milizie armate che compiono scorrerie in Modena e dintorni
in spregio di ogni legge di giustizia e umanità.
Dunque sono rientrato in città da nord, presso la Cittadella, e sono subito sgomento per le rovine
che intralciano il cammino, e penso subito con gioia alle mie figlie che con la madre sono al sicuro nell'alta Val d'ossola, con Maurizio e la sua famiglia.
Sono stremato dalla fatica e dagli stenti patiti, ma sono preso dal desiderio e curiosità di rivedere Modena, l'antica Mutina dei Romani.
Ho saputo che la più folta comunità di immigrati, di origine nordafricana, si è insediata nei quartieri medioevali, e che si appresterebbe a ripristinare una parte delle mura cittadine utili per la sua difesa;
in molti palazzi storici vive asserragliata ciò che resta della borghesia modenese protetta da soldati di ventura.
Molti facoltosi modenesi, sognando un'impossibile ritorno alle origini, hanno ripreso possesso delle loro Ville fortificate nel forese, e altri ancora hanno occupato le vecchie caserme dell'esercito italiano dismesse da moltissimi anni, e alle cui garitte di vedetta appaiono come fantasmi volontari armati che guardano strade deserte e mute: ma chi oserebbe avventurarsi in questa città, di notte, fuori dai rifugi e lontano da mura amiche?
In città sono numerose le moschee ricavate da chiese i cui campanili sono ora minareti che svettano sui borghi medioevali. Mi aggiro nei pressi dell' antico mercato coperto che, ampliato con l'annessione di molti negozi vicini, è ora un vero suk orientale pervaso dagli inconfondibili aromi e sentori di spezie e nel quale donne, uomini e bambini si muovono freneticamente in un vociare confuso e suoni inconsueti: sono i "barbari" che abbiamo tanto temuto e temiamo ancora, ci stupiamo della loro presenza fra noi, della naturalezza che mostrano nel disbrigare le nostre stesse occupazioni, e benché siamo ancora timorosi di tutto, sospettiamo ormai di essere tutti, autoctoni e nuovi venuti, barbari,
Vagando nelle strade strette a ridosso di Piazza Grande, ho constatato che il Duomo è intatto, come lo è l'Abbazia di San Pietro con le sculture del Begarelli, gli affreschi della sacrestia e il bellissimo chiostro delle colonne.
Altri cittadini si sono rinchiusi nel bunker mostruoso edificato dal Banco San Geminiano al tempo lontano e felice della dissipazione e della grandeur dei banchieri; questi cittadini si sono isolati in questa ridotta militare decisi a resistere a ogni costo, in attesa di un nemico sconosciuto del quale non si notano segnali.
I preti non sono scomparsi, ma si mimetizzano: indossano povere tuniche di sacco e chiedono
l'elemosina nelle case; nulla si sa del vescovo, cosa fa e dove si trova, mentre tutti sanno che il vecchio Papa Francesco, dimessosi nel 2019, si era trasferito nella Terra del Fuoco in Argentina, lasciando in Vaticano le sue vecchie scarpe ortopediche e il crocifisso pettorale di argento.
Sede papale vacante, nulla risulta dell'elezione di un nuovo Pontefice, ma si è al corrente di scontri durissimi nel Collegio Cardinalizio, e di fastosi balli sulla terrazza dell'attico del defunto Cardinale Bertone, balli ai quali si dice partecipino anche le donne ammesse al sacerdozio e dispensate dal nubilato, come i preti dal celibato.
Ma infine non risulta che in Italia e nel mondo vi siano richieste pressanti di una elezione papale "Hic et nunc", in altri termini non si correrebbe il rischio di una nuova "Viterbo".
Ma tornando a Modena, noto anche il degrado in cui versa il vecchio Direzionale 70, con le sue "vele" ridotte in ruderi tra i quali bivaccano nomadi e razziatori.
Ma ciò che offende di più e ferisce, è l'abbandono in cui versa la città: la rete fognaria non raccoglie le acque reflue e quelle nere, le caditoie sono ostruite da detriti e non possono scaricare nelle grandi cloache sotterranee, ma più di ogni altra cosa, è insopportabile il lezzo della immondizia che, non raccolta, si accumula senza sosta nelle strade divenute discariche a cielo aperto; d'altra parte, l'inceneritore di via Cavazza è fuori uso per le ragioni dette prima, e non può quindi smaltire la collina di rifiuti che diventa sempre più montagna.
Insomma, è saltata la rete di istituzioni e servizi indispensabili perché la città possa vivere civilmente, ma temo che nessuno, oggi, si ponga questo problema, poiché tutti vorrebbero almeno sopravvivere, nonostante tutto e  tutti.

modena, 22/dicembre/2021

AMARELA

 Amarela, annoiata e distratta, sfogliava una vecchia rivista abbandonata sullo scaffale del ripostiglio; era decisa a riordinare quell'angolo buio della casa, ormai ricettacolo di cose inutili: leggiucchiava e curiosava qua e la, ma la mente vagava altrove, i pensieri correvano come nuvole alte sospinte dal vento.Voleva fare ordine senza sapere da dove iniziare, quasi avesse tra le mani un groviglio di fili di cui non scorgeva capo e coda, e allora si fermava cercando di fare mente locale.                              Quale era il pensiero, o i pensieri che la turbavano?  Era una donna nel pieno della maturità, bella e desiderabile, anzi desiderata, e non solo dal suo uomo e, come  le donne veramente belle, era apparentemente ignara della sua bellezza, la mostrava senza ostentarla, e la naturalezza ne accresceva il fascino.                                                                                                                                                          Dalle finestre spalancate sul retro della casa giungeva l'eco di voci allegre di bimbi che solcavano il pendio quasi sospinti dal ponentino che carezzava il grano maturo in cui tracciavano rovinosi sentieri fra gli urli del contadino. Oltre il poggio erano le crete con anfratti aridi e impervi che si inoltravano in terre desolate, quasi terra di misteri che a grandi e piccoli incuteva rispetto.                                        Aria cielo e terra erano in uno stato di grazia, momenti che si vorrebbero sospesi e immutati nel tempo, ma questo procede incurante di noi che dobbiamo vivere le stagioni della vita come debito da pagare. Amarela era forse presa da pensieri che raramente la sfioravano, quando udì una voce stridula e acuta salire dal cortile del caseggiato, unita al vociare confuso del crocchio di donne che si era aggrumato intorno alla donna che strepitava,  e nel clamore credette di percepire il suo nome gridato a tutto fiato. Amarela, signora Amarela, e qui dava più forza e tensione alle corde vocali: Amarela! Perché non ti affacci alla finestra? I tuoi vicini devono sapere che sei una femmina ruba mariti, che sei senza vergogna e fai schifo! Vergognati! E faceva il gesto di sputare in faccia. Amarela aveva già socchiuso gli scuri, e solo una sottile lama di luce filtrava a rischiarare la camera;  dalla fessura scrutava il cortile dove la donna tradita, circondata dai curiosi, inveiva con offese, parolacce, nonché minacce dirette all'amante, e non si capiva se tutto fosse frutto dell'orgoglio ferito o dell'invidia per la riconosciuta avvenenza di Amarela che, scioccata e turbata dall'irruzione di quella che osava violare e mettere in piazza la sua vita privata, decise di reagire e rompere l'assedio.                                                           Prese la calibro 12 che il marito  custodita nel cassettone, armò la doppietta e si appostò alla finestra: era esasperata e determinata a farsi giustizia. Prese la mira e indugiò alquanto per controllare la tensione e il tremore che la scuoteva; quando fu sicura di se e dell'obiettivo, le canne sputarono due rose di pallini che investirono leggermente un innocente cane randagio: il calibro delle cartucce era tarato per  passeri e tordi, e a causa della  eccessiva distanza, i pallini non fecero danni irreparabili.                       Si levarono urla isteriche e frasi indicibili rivolte alla finestra di Amarela, seguite dal caotico fuggi fuggi generale, e solo la donna tradita non si mosse: se ne stava ritta con gli occhi di fuoco in mezzo al cortile, continuando a sciorinare le offese che leggeva sul foglio che aveva nascosto nel reggiseno; Amarela invece si era rincantucciata nell'angolo opposto alla finestra da cui riusciva a percepire le litanie di offese senza fine che la donna le indirizzava dal cortile: cominciò a temere e pianse per se, per il marito, per la loro vita, mentre tutti i presenti, curiosi e parenti, in attesa dei Carabinieri, si dilungavano sulle responsabilità degli attori. Ma i Carabinieri non si fecero vedere, perché in realtà nessuno si era presa la briga di chiamarli, e fu un bene perché, non essendoci scappato il morto, tutto rientrò nel conto delle liti di cortile, nelle quali tutti hanno da perdere o guadagnare: era il tacito accordo a non stravolgere l'equilibrio precario in cui la comunità viveva. Infine la vicenda si ridusse a pettegolezzo dei "si dice", "hai sentito?", cioè in quel polverone del chiacchiericcio che annoia e sarà presto dimenticato.                Amarela invece dovette elaborare l'accaduto e ripararne i cocci anche con un travaglio interiore che, oltre a curare le ferite dell'anima e del corpo, fu necessario per salvare il salvabile del matrimonio. Abbandonò cieche speranze e illusioni, e infine venne il momento del chiarimento con il suo uomo.       I due ritrovarono una certa serenità e il desiderio di amarsi ancora, e un giorno egli le disse, tra il serio e il faceto: la prossima volta ricorda di usare cartucce caricate a pallettoni!

A.Ferrin